Recensione: Dominhate

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Tra gli album più attesi dal sottoscritto per il 2014, c'era sicuramente il secondo lavoro degli emiliani Injury. “Unleash The Violence” (2011), infatti, si collocava tra i migliori prodotti della nuova ondata thrash, italiana e non solo. Niente male per un lavoro che si trattava pur sempre di un debutto. Un album caratterizzato da qualche piccola ingenuità - dettata da una fisiologica inesperienza - che tuttavia i Nostri erano riusciti in buona parte a compensare con un songwriting dinamico e scoppiettante. Tanto che il primo impulso, conclusosi l'ascolto delle nove tracce presenti, era sistematicamente quello di pigiare nuovamente il tasto play. Più di una volta, poi, mi sono trovato anche a distanza di mesi a canticchiare nella mente le note accattivanti di brani come “Busy Killing”, “Messiah Of The Undone” o “Food For Vultures”.
 

Nel frattempo il combo reggiano è approdato alla corte dell'etichetta statunitense Ferocious Records ed ha accolto tra le proprie fila Alessandro Rabitti dietro al microfono, in sostituzione dell'uscente Sauro.
 

Il risultato di circa tre anni di attesa è “DominHate”. Un album oscuro ed introspettivo, come confermano anche artwork e liriche, meno istintivo e sanguigno del predecessore, in favore di trame  più ragionate. Caratteristica che si rivelerà un arma a doppio taglio, perché se da un lato si può senz'altro apprezzare la marcata crescita dal punto di vista tecnico-compositivo, con arrangiamenti più maturi e raffinati, dall'altro si finisce un po' per rimpiangere la straordinaria spontaneità di composizioni sì più ingenue ma dirompenti.
 

Niente di drammatico, sia chiaro. Specie quando ci troviamo al cospetto di brani incendiari come “Lost Generation”, “Fashion Swine” o la conclusiva “It's My Land”, in grado di darci un sonoro scossone e di rammentarci i principali motivi che ci avevamo fatto tanto apprezzato il precedente lavoro. E più precisamente una sezione ritmica sugli scudi (che non ha niente da invidiare a gruppi più blasonati), specie quando le ritmiche di Mirco Bennati (basso) arrivano quasi a sembrare segmenti solisti. Oppure l'efficacia di tracce aggressive ed al contempo dannatamente accattivanti, che si imprimono in testa fin dai primissimi ascolti grazie a melodie dotate di buona personalità e che portano in seno il marchio di fabbrica riconoscibile degli Injury.
 

Davvero pregevoli, poi, i fraseggi di chitarra del duo Artioli/Menozzi, portati ad un livello più alto su entrambi i binari, quello ritmico e quello solistico. Si nota in generale una maggiore ricerca melodica - ricordando talvolta quanto proposto dai corregionali MadMaze con l'ottimo “Frames Of Alienation” - come testimonia, per esempio, il valido solo neoclassico posto sul roccioso mid tempo di “Slaves Of Our Fears” oppure le ritmiche ariose inserite su un brano durissimo come “Drop The Bomb”. Pezzo nel quale, dopo il tosto ritornello che recita il titolo del brano, ne troviamo un secondo di più ampio respiro, che spezza un po' la cattiveria della traccia.
 

Più difficile da analizzare è senz'altro la prova del nuovo entrato Alessandro Rabitti. Una prestazione in agrodolce, si potrebbe dire. Perché sebbene dal punto di vista lirico si noti un impegno superiore per uscire dai soliti schemi del genere, affrontando temi attualissimi e spinosi (come su “10000 Graves” o l'aggressiva “Annhilated By Propaganda”) e per quanto riguarda capacità vocali e tecniche sia più dotato del suo predecessore Sauro, purtroppo talvolta paga pegno in termini di personalità ed alcuni passaggi appaiono un po' forzati, poco fluidi. Le capacità per fare bene le possiede senza ombra di dubbio e limando qualche asperità sono certo che in futuro riuscirà a mettere in bella mostra tutto il proprio potenziale. La sua prestazione, a scanso di equivoci, è già molto più che sufficiente e convincente in più di un episodio.
 

“Unaware Prisoners” è un po' l'emblema del nuovo corso degli Injury e riassume quando detto finora. Ritmiche articolate e ragionate, sezione ritmica potente e coinvolgente, alcune belle linee vocali, eppure manca un po' l'istintività che poteva farlo diventare probabilmente il miglior brano in scaletta, risultando invece leggermente macchinoso e ruvido.  Una gemma da sgrezzare.
 

Insomma, una bocciatura per questo “DominHate”? No, perché gli Injury si confermano uno dei gruppi più interessanti nel panorama del Bel Paese, grazie soprattutto a quei brani che sembrano prenderti di peso e scaraventarti nel pogo più frenetico, senza per forza puntare tutto sull'aggressività fine a se stessa. In secondo luogo perché anche le canzoni un po' meno avvincenti hanno sistematicamente al proprio interno degli spunti, dei riff, delle melodie o dei soli in grado di fare la differenza. Infine perché sono certo che il combo reggiano sia pronto per il definitivo salto di qualità, dopo aver vagliato in lungo ed in largo le proprie peculiarità ed aver esplorato e tentato di superare i propri limiti, pur non sempre riuscendoci. D'altra parte se non si rischia un po' non ci sarà mai crescita musicale e compositiva, no?

 
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