Recensione: Doomsday Afternoon

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Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. (Bruno Munari)

Una melodia così piacevole e unica, che muta, si districa, tanto eterogenea quanto semplice: quest'album ne è pregno. Impeccabile lavoro, che piaccia o no, di una band sconosciuta per chi vuole che lo sia. Xavier Phideaux è senz'altro un musicista di spessore, architetto dell'esoscheletro di questo album dal sapore vintage con un forte retrogusto “alla Ayreon" (con cui ha collaborato in 01011001). Xavier è a capo di una ventina di egregi strumentisti che tessono un album di rara bellezza, di rara accessibilità nonostante la mole di contenuti, scremati con sapienza all'insegna della melodia.

Un album crossover-prog che non elude affatto ciò che è il crossover: ibrido, semplificato, minimalista. Settanta minuti di emozioni mutevoli, divisi in due atti che seguono un unico grande pattern melodico ricorrente di tanto in tanto, per ricordarti che trattasi di un concept album. Le melodie sono di ampio respiro, gli strumenti si prendono tutto il tempo di cui necessitano per raccontarti la storia, le cui parole passano in secondo piano, davanti alle eclettiche corde vocali dei diversi cantanti. Archi, chitarre elettriche, tempi di batteria molto distesi, flauti, synth, chitarre folk; quest'album è poliedrico, fresco, cupo, colorato. Per gli amanti del progressive rock quest'album è un obbligo morale, non vi deluderà, crescendo ascolto dopo ascolto.

 

 
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