Recensione: Dormant Heart

Di Daniele D'Adamo - 23 Gennaio 2015 - 0:01
Dormant Heart
Band: Sylosis
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2015
Nazione:
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86

C’è poco da fare: passano gli anni e i CD, ma la creatura di Josh Middleton non vuole farsi inquadrare in nessun genere metal. A volte pare si tratti di thrash, a volte di metalcore, a volte di hardcore, a volte di death. Senza che, per un motivo o per l’altro, si riesca a trovare qualcosa di veramente attinente allo stile dei Sylosis. Il quale può pensarsi vicino al death. Magari per il rabbioso stile vocale di Middleton, oppure per una certa complessità strutturale che il thrash raramente ha, o invece, per qualche melodia vicina al gothenburg metal.

Comunque sia, tutto ciò dimostra inequivocabilmente una peculiarità dei migliori: saper disegnare con decisione e naturalezza il proprio marchio di fabbrica, la propria identità, la propria esistenza. Circostanza che, dopo quattordici anni di carriera e quattro full-length di cui l’ultimo è questo “Dormant Heart”, nessuno può più mettere in dubbio.

E, quasi a voler ribadire ancora una volta questo concetto, proprio “Dormant Heart” pare essere la summa delle conoscenze musicali che appesantiscono il bagaglio dei quattro musicisti di Reading. Esperienze, ricordi, pensieri, attimi, idee che, come in un collage, si stemperano con fluidità e coerenza lungo le dodici tracce che compongono il platter. Che, forse, appare un po’ meno cervellotico e macchinoso rispetto ai precedenti. Come se fosse stato rimosso quel velo di elementi progressisti che, a volte, appesantivano le stupende armonizzazioni create da Middleton e compagni.

Ora, come richiama efficacemente il disegno di copertina, la Natura è più vicina. L’impatto frontale del sound è sempre solido e possente, tuttavia non sono pochi gli attimi in cui la furia degli elementi si placa per lasciar spazio ai profumi, ai rumori, ai chiacchiericci degli animali. Le chitarre paiono davvero divenire asce, in taluni frangenti, così come la batteria il ritmo vitale della Terra. Con la vigorosa bellezza dei soli ricamati da Middleton a ricordare che, sempre e comunque, c’è l’Uomo. Il Nostro, inoltre, interpreta le proprie linee vocali con una flessibilità apparentemente assurda, per il genere. Un’antitesi rara, che non fa che confermare il suo straordinario talento. Anche durante i chorus, che peraltro sono sempre piuttosto melodici, non c’è mai l’apporto di clean vocals o robe del genere: solo ugola, sangue e sudore!  

“Dormant Heart” non è certo per il mercato mainstream, tuttavia il più su menzionato alleggerimento della forma compositiva ha portato i frutti sperati: le canzoni non stancano mai, né ascoltate in serie, né ascoltate una per una ripetendole più volte singolarmente. Raggiungendo, in alcuni casi, vette di eccellenza assoluta (“Overthrown”, “Servitude”). Quando poi il gioco si fa duro, il micidiale riffing delle sei corde rivela tutta l’estrazione thrashy della band inglese: un’attitudine insita in chi manovra plettro e manico e che si sfoga in travolgenti assalti all’arma bianca. Esemplificativa “Indoctrinated”, peraltro nobilitata dall’utilizzo di una soluzione del tutto originale per la costruzione del bridge, con che assurgendo al ruolo di top-song del lavoro.  

“Dormant Heart”, comunque, non delude mai, mantenendo continuamente elevata la tensione artistica per un’opera assolutamente fuori dalle righe in tutta la sua ora di durata. Non esiste nemmeno un secondo di riempimento, una nota fuori posto. Tutto è stato studiato ed eseguito con certosina precisione, lasciando allo stesso tempo che la tecnica non soffocasse lo scorrere libero delle emozioni che, come in un circuito a spirale, corrono dalla terra all’uomo e viceversa.

Al momento, ma si spera che la vena dei Sylosis non si fermi qui, “Dormant Heart” identifica l’apice della loro discografia. Non solo: è semplicemente un grande album di metal. Lasciando perdere le sterili e fuorvianti definizioni.

Sì, un grande album di metal.  

Daniele “dani66” D’Adamo

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