Recensione: Dreamarcher

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Freschi freschi, giovani giovani, nuovi nuovi i Dreamarcher si presentano sul mercato con poche tracce ma molta sostanza. Un primo disco che ci lascia raccontare ben poco della storia del gruppo, vista l’età dei nostri, che dalla loro riescono sulla lunga distanza a lasciarsi ascoltare riuscendo a far percepire l’intento finale di questo primo album omonimo. Siamo d’accordo che leggere "Alternative" accanto alla bandiera Norvegese risulta alquanto inusuale, ma c’è un filo conduttore lungo ognuna delle tracce proposte che riesce a mescolare discretamente bene tutte le influenze e gli stili che hanno plasmato la proposta sonora del gruppo. Viene difficile infatti riuscire a catalogare precisamente la proposta dei Dreamarcher che mescolano influenze tipiche di band quali Deafheaven, leggermente i The Mars Volta combinati con gli ultimi Mastodon più una spiccata dose di sludge misto drone che non guasta mai. Certamente tutte queste sfumature sono unite lungo la tracklist, diventa ovviamente impossibile riuscire a combinare tutto questo dentro ogni singola traccia, ma è constantabile come queste direttive siano presenti senza alcun dubbio dando un semplice occhio alla track-list e ascoltando il tutto senza fiato.

Senza andare troppo oltre dunque è indubbio come la volontà da parte del gruppo di creare un'indiretto concept album sia riscontrabile attraverso le varianti sonore qui presenti. Kim, batterista dei Dreamarcher, parlando delle tematiche toccate, come la violenta intolleranza giovanile, le difficoltà sociali contemporanee che portano alla ribellione verso chi cerca di avvicinarsi con buone intenzioni, ha sfondato una porta aperta, centrando in peno il male moderno. Attraverso una società sempre più schiava dei media e dei rapporti via eteree, le distanze umane diventano quotidianamente incolmabili e la sensazione di abbandono è preponderante, qui palpabile a livello musicale oltre che lirico. Riflettendo su questi dualismi moderni si riesce a comprendere come mai all’intero del disco si voglia ruotare intorno a contrasti musicali, che ad un ascolto estemporaneo e superficiale risultano più indigesti che altro, al limite dell’incomprensibile. Ma così non è. I Dreamarcher partendo dal presupposto che ognuno di noi vive emozioni contrastanti, creano un album che viaggia su interpolazioni di stili differenti, su onde dissonanti e fuorvianti le une con le altre. Basta poco per comprendere tutto questo, poiché l’iniziale ‘Beat Them Hollow’ e i suoi ritmi al limite del funeral è in netta antitesi con la successiva ‘Impeding Doom’ che pare uscire dall’unione di shoegaze e indie moderno, grazie ad un cantato atipico ma al contempo efficace. Gli altri brani solcano maree indigeste alla stessa maniera, con il progressive sludge che si intreccia meravigliosamente  nell’alternative dentro ‘Burning the Remains’ e le flebili sonorità di ‘Close Your Eyes’ che fanno da contraltare a ritmiche prima più sostenute. La chiusura è fornita dalla canzone più progressive in senso lato del disco, quella ‘Shadows’ che in un gioco di turbinii e vortici pretenziosi rilancia la band dentro sonorità avantgarde e surreali come mai prima d’ora. Certamente questa dicotomia interna al disco deve prendere una vena meno rabbiosa e spontanea in futuro, cercare di omogeneizzarsi ed evitare tutti gli stacchi che qui sono invece presenti, a tratti senza continuità e finalità, ma se tutto questo potrà essere limato e compreso nel futuro, ci aspettano ottime notizie dai nostri cari Norvegesi.

Capitolo finale che chiude il cerchio è doverosamente fatto di speranze e pacche sulla spalle, dove un gruppo giovane intrepido e con la voglia di dimostrare deve ancora limare alcuni dettagli, ma se la strada che vorrà seguire sarà sulla falsa riga di quella sentita dentro “Dreamarcher” il futuro non potrà che essere dalla loro. Nella speranza di vederli con novità più concrete e rassicuranti salutiamoli con il giusto plauso, perché qui non si tratta solo di musica fine a se stessa, ma di una visione, una volontà che sta nascendo lentamente nel profondo di un gioventù bruciata. Tempo al tempo e forza ragazzi.

 
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