Recensione: Drive

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La Route 66 è la highway che, in origine, si stendeva tra Chicago e la spiaggia di Santa Monica, attraversando quasi duemilacinquecento miglia e nove stati, dall’Illinois alla California.
John Steinback in “Furore”, raccontò negli anni Quaranta del secolo scorso il cammino della famiglia Joad proprio lungo quella strada, all’epoca del “dust bowl”, disastro ecologico ed economico che, nel decennio precedente, aveva costretto molte famiglie rurali a percorrere proprio la grigia striscia d'asfalto della Route 66, la quale solcava il deserto per perdersi all'orizzonte, promettendo un futuro migliore da qualche altra parte.
E pure il mondo della “nostra” musica ha celebrato la strada americana, con le versioni di Chuck Berry e dei Rolling Stones di una canzone scritta da Bobby Troup, mentre Woodie Guthrie e Bruce Springsteen cantarono a loro volta le storie di Tom Joad e famiglia.
La Route 66 è anche chiamata “The Mother Road”, e Mother Road è proprio il nome di un super-gruppo formato dal cantante statunitense Keith Slack (Steelhouse Lane, Michael Schenker Group) e dal chitarrista tedesco Chris Lyne (Soul Doctor). La line-up è completata dall’iperattiva gloria italiana dell’hard rock e dell’AOR Alessandro Del Vecchio alle tastiere, dal bassista Frank Binke e dal drummer Zacky Tsoukas.

“Drive”, esordio dell’inedito five-piece, è rilasciato dalla label AOR Heaven, ma non fatevi ingannare dalla vocazione prevalente della suddetta etichetta: il full-length, pur non disdegnando rilevanti aperture melodiche ed una lieve patinatura del suono, si muove sulle strade polverose ed assolate di un hard blues di gran classe, come peraltro la scelta di monicker e del titolo suggeriscono.
Ne sono chiara dimostrazione i due brani che fungono da biglietto da visita per il CD: la partenza è affidata a The Sun Will Shine Again, che apre le danze inizialmente in chiave roots ed acustica per poi svoltare verso un hard blues elettrico che riporta alla mente i primi Whitesnake. Il canto è piacione e le chitarre stillano note come puntute stilettate. Sempre in chiave hard blues si offre Feather In Your Hat, con i suoi rotolanti assoli di chitarra ed i tocchi impeccabili dell’organo di Del Vecchio.
Più indolente e lenta si rivela Drive Me Crazy, che mette in piena luce le doti del cantante Keith Slack, mentre Out Of My Mind s’infiamma di  riff e d’assoli di chitarra, nonché dei fondali sonori dipinti dai tasti d’avorio, sui quali ancora una volta svetta il canto hard blues del bravo vocalist.
These Shoes, è, invece, un brano caldo, indolente e devoto a Whitesnake, Bad Company e Zeppelin; il sound hard blues si dispiega, ancora, divagando nelle sue diverse sfumature, pure nei brani successivi, dalla più elettrica Dangerous Highway, alla più catchy e melodica Poor Boy (Long Way Out). La nuance blues prevale, altresì, in Dirty Little Secret, sempre contrassegnata dallo sfavillante lavoro di Alessandro Del Vecchio..
Blue Eyes, ancora, vede organo, piano e chitarra intrecciarsi a perfezione disegnando tessuti hard blues evocativi assai.
Drive si chiude sulle note dell’epica e soulful Still Rainin e di On My Way, ballatona elettroacustica a due velocità.

L’esordio dei Mother Road, in definiva, si dimostra un platter sicuramente canonico nel suo genere, ma comunque composto e suonato con vivacità, eleganza e stile impeccabili, che valorizza, come si è detto, il ruolo di voce e tastiere e, naturalmente, della sei-corde calda ed inappuntabile di Chris Lyne.

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