Recensione: Drown Into The Sea Of Life

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Tethra, formazione di Gallarate Milanese ‘abbastanza’ nuova nel panorama italiano del metallo pesante e oscuro, vista la loro incarnazione nel 2008, debutta col primo demo “At The Gates Of Doom” nel 2010, che non lasciava troppo spazio alla fantasia per il discorso e la direzione intrapresa dalla band. E da allora i Nostri ne hanno fatta di strada, finalmente dando alle stampe l’atteso primo full-length “Drown Into The Sea Of Life”, che non smentisce il titolo del precedente demo, visto che il loro stile è improntato su un doom metal proveniente direttamente dagli anni ‘90, che però include richiami provenienti dal death metal, soprattutto per cambi di tempo improvvisi e per struttura nei brani.

Il riffing durante tutto il disco richiama inevitabilmente i padri del genere, partendo dai supremi Black Sabbath (“Drifting Islands”, “Ode To A Hanged Man”) e passando per Candlemass, Paradise Lost e My Dying Bride, proponendo un sound che risulta essere oscuro, pulito e omogeneo nelle sue nove tracce, inclusa l’Intro che è il preludio alla voce di Clode, che ci immette nella ‘vera’ opener "Sense Of The Night", che vede il basso di Aufiero dettare il primo ‘giro’ prima che le danze prendano forma.

“Vortex Of Void” mostra la capacità di cambi fluidi su diverse sezioni, così come “Ocean Of Dark Creations”, ben imbastite su ritmiche atte a sorreggere Clode, che riesce a modulare e dipingere ottimi quadri tra i brani, tra clean e growl. In effetti la vera arma in più è il cantante, che dà sprazzi di luce e di oscurità tra le varie sezioni dei brani. E lo stesso dà aria a “The Underworld”, un interludio tra le onde del mare. E proprio l’elemento ‘acqua’ è alla base di tutto il disco, dalla copertina dell’artista Damned In Black, che ben si allinea con l’andamento musicale dei Nostri, fino al totale abbandono dell’ascoltatore, trasportato dalle onde verso nuovi territori, che a tratti riescono a farci esplorare.

Non aspettatevi nulla di originale e innovativo a livello musicale, ma il disco scorre che è una meraviglia, e resta impresso sin dal primo ascolto, sia per merito della composizione dei brani, strutturati ma mai estremi, sia per la chiarezza del suono, fin troppo scontata nelle parti di batteria, che si limita al suo compito senza strafare.

Sarà una scelta stilistica, ma a tratti fin troppo banale, e non sono dell’idea che Mike non abbia tecnica e inventiva da mettere a disposizione con maggior cognizione di causa per la band. Un’altra cosa che non esalta è il suono della chitarra di Belfagor, che dà vita ai riff in maniera naturale, ma in fase di missaggio si potrebbe chiedere uno sforzo in più. Questo è solo un punto di vista personale che non compromette il sound e il discorso interessante che i quattro mettono in campo, dimostrandosi come una delle più interessanti realtà in ambito doom/death metal della nostra penisola.

Vittorio “versus” Sabelli
 

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