Recensione: Drowned

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Il bello dei dischi d’esordio è che sono come un appuntamento al buio, sai quel che vorresti, ma non cosa ti aspetta. Alcune volte ti sorprendono negativamente, altre ti lasciano indifferente e riservi il tuo insindacabile giudizio sulla band stessa all’album successivo, dove sei sicuro di trovare maggiore consapevolezza, maturità artistica e in molti casi anche una produzione che ne valorizzi appieno il sound. Ci sono però anche determinati casi in cui scopri un nome che da quel momento in poi farà parte della tua collezione, un nuovo amico di famiglia, un nuovo combo sul quale riversare la tua attenzione. I Barús sono rappresentati da quattro enigmatici strumentisti indicati soltanto con una semplice lettera e rispettivamente A (batteria), M (chitarra), J (chitarra e basso) e K (voce) [ovvio che basta navigare un po’ online e trovate altri nickname e pure i nomi di battesimo], reduci da un primo EP del 2015 intitolato Barús e composto da quattro canzoni che possono almeno in parte fornire qualche traccia e creare delle buone aspettative per il primo full-lenght del gruppo francese. Passati sotto l’ala protettrice dell’etichetta spagnola Memento Mori, eccoci con in mano Drowned, promesso come un vero e proprio abisso sonoro verso il quale sarà difficile restare impassibili.

 

Descry, l’opener, è un calderone rovente che fa ribollire ritmiche serrate, aperture atmosferiche e addirittura una sfuriata black. La voce di K spazia dallo scream al growl, al pulito e sino ad assumere toni teatrali che contribuiscono a rendere la prima traccia un ottimo compendio di quanto la band vuole sbatterci in faccia. Si respira un qualcosa di oscuro, lo si percepisce dalla foschia sonora che si crea dopo pochi minuti di ascolto e la cosa mi piace perché in primis non si dimostra intricata per il puro desiderio di esserlo, ma per caratterizzare il nostro annaspare alla ricerca di qualche riferimento. La prima metà di Graze è marziale, angosciante e ti fa perdere nel suo avanzamento solenne, per poi versare violenza e vomitare pura cattiveria in un finale che sembra preannunciare la fine del mondo. Io ve l’avevo detto e ascoltando Engorge sembra proprio di vedere riflessa l’immagine di noi stessi mentre siamo risucchiati dal fondo dell’abisso in una lotta senza riserva, che a tratti sembra darci un filo di speranza, ma che torna per affliggere la luce con marcate sfumature doom, in grado di rendere l’intero disco capace di calpestare territori avantgarde. Se si trovasse su un altro LP, Amass avrebbe la semplice funzione di essere un intermezzo, ma in questo caso è parte integrante del disegno Barús, una mesta e rassegnata nenia dai toni funerei; forse l’accettazione della fine di ogni cosa? Per fortuna non dell’album e Dissever scuote gli animi in perfetto stile death metal, con uno schema più classico rispetto a quanto sentito sino ad ora, senza per questo rinunciare a digressioni, cori e una prestazione vocale che trascina letteralmente tutto il carrozzone di terrore del combo transalpino. Contaminazioni black piuttosto marcate con la ferocia di Vitiate, per un’ulteriore metamorfosi in grado di abbracciare una moltitudine di generi ampia come raramente mi è capitato di sentire, figuriamoci su un disco d’esordio. Veloce, ossessionata, diabolica e comunque in grado di mantenere la via dell’abisso, inno ideale per una battaglia definitiva. Stupenda. Benumb alza quella spessa nebbia polverosa che fa capolino subito dopo un conflitto, magari interiore come la difficoltà nel comprendere a fondo (perlomeno a un primo ascolto) il vero messaggio dei Barús. È anche un momento per riflettere su tutto ciò che il nostro subconscio sta cercando di processare e renderci conto di quanta ambizione sia impregnato il disco. La successiva Perpetrate non fa altro che confermare l’innata capacità di fondere attese angoscianti con partenze degne del miglior scenario apocalittico che possa venirvi in mente; aggiunge anche cori, una sezione acustica e tanta malinconia, la stessa che a poco più di 10 minuti dalla fine ci permette finalmente di capire che stiamo “affondando” psicologicamente e non fisicamente, come invece potrebbe suggerire un più tipico titolo da disco death metal. L’abbraccio della fine si fa ancora più freddo adesso che, scoprendo le sue vere intenzioni, ci ha permesso di venire a capo di questo album così misterioso. Forsake ha il compito di scrivere l’epilogo e non si fa certo pregare. Sembra quasi di sentire i Behemoth, ma senza nessuna voglia di fare lunghi video su Instagram: c’è solo spazio per del sano death metal oscuro, 8 minuti di calpestamento sonoro a disposizione per un ascoltare adesso consapevole di ciò che si trova in cuffia. Un aggettivo? Maestoso. Sì, perché proprio quando pensavamo di aver capito come prevedere il percorso intrapreso dai Barús, eccoli sorprenderci ancora un’ultima volta con una digressione fusion che introduce la galoppata conclusiva.

 

 

Ok, abbiamo affrontato l’ascolto insieme e adesso è il fatidico momento delle conclusioni. A caldo si sente la necessità di far riposare un po’ i timpani e poi rimettere Drowned un’altra volta, con la consapevolezza acquisita e sapendo che abbiamo a che fare con un disco molto complesso, non tanto musicalmente parlando quanto nello stesso messaggio che vuole trasmetterci. È un disco tormentato e l’aspetto migliore è proprio il fatto che ti arriva come un qualcosa di musicalmente astratto, non ti trovi quasi mai a soffermarti su un singolo strumento, eccezion fatta che per la voce di K, in grado di spaziare in modi diametralmente opposti tra loro nell’arco di una dozzina di secondi. Nonostante la sua innata dote metamorfica è omogeneo e mette la band al servizio di un’atmosfera probabilmente creata ancor meglio di quanto i quattro francesi avrebbero mai sperato di riuscire a fare con il disco d’esordio. Seppure ci sforziamo di non lasciare fiato ai pregiudizi, finiamo sempre per aver qualche aspettativa – che sia positiva o negativa poco importa, finirà per influenzare il nostro giudizio – ma con i Barús è diverso. Sono loro a spiazzarti e quando ti ritrovi frastornato nel mezzo di un mare in tempesta che si placa a tratti, giusto per tenerti in vita, l’unico modo per uscirne fuori è lasciarti trascinare dalle onde (sonore) e vedere come andrà a finire.

 

 

Brani chiave: Descry / Engorge / Vitiate

 
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