Recensione: Dukebox (Best Of)

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AFM Records ha pubblicato in questi giorni "Dukebox", un “best” relativo alla carriera solista di Jorn Lande, uno dei più prolifici singer del panorama hard rock europeo e mondiale.

Ovviamente per prima cosa risulta piuttosto naturale interrogarsi sul significato di una release di questo genere, che sul piano squisitamente artistico, come palese, aggiunge sostanzialmente nulla (salvo un piccolo irrilevante restyling per un paio di brani: "Young Forever" e "Out To Every Nation") alla carriera dello stakanovista norvegese dell’hard rock, proponendosi tutt’al più come un possibile primo approccio per il neofita che voglia avvicinarsi alla musica di Jorn.
Anche da questo punto di vista, però, "Dukebox" appare alquanto insufficiente: mancano, infatti, gli “assaggi” dai tanti progetti ai quali Lande ha partecipato nel corso del suo proteiforme percorso professionale (Ayreon, Allen-Lande, Masterplan, Avantasia, solo per citarne una piccola parte).

Fatte le premesse di cui sopra, dobbiamo affermare che i contenuti musicali del CD, ancorchè arcinoti, sono d’ottima fattura, e offrono uno spaccato in ogni caso significativo della personalità musicale di Jorn Lande, con i suoi pregi ed i suoi difetti.
Tra i primi, "Dukebox" è  idoneo a dimostrare le grandi doti vocali e la grande passione del singer per un certo tipo di musica classicamente “pesante”, nonché il gran gusto esecutivo. Ne sono testimoni brani come la solenne "Starfire", l’epica e melodica "We Brought The Angels Down", e la più dura "Stormcrow".
Tra i difetti, questo greatest hits testimonia certamente la presenza – probabilmente quale effetto collaterale della passione di cui sopra – di continui rimandi ad alcuni grandi maestri del canto hard & heavy, quali il Coverdale dei Whitesnake più melodici ed ottantiani (vedi "Sunset Station", dal ritornello quasi AOR, la maestosa e possente "Tungur Knivur", nella quale spuntano anche echi zeppeliani, ed ancora la stessa "Out Of Every Nation") ed il Ronnie James Dio impegnato con Rainbow, Black Sabbath (o dovremmo chiamarli Heaven and Hell?) e Dio ( basti pensare all’opener "Man Of The Dark" ed alla marziale "War Of The World").  

In conclusione, per il recensore si affaccia il dilemma del voto in pagella: un bell’ottanta per la qualità intrinseca della musica? Un sessanta per la non straripante originalità delle proposte artistiche? Un quaranta a causa della modesta utilità dell’uscita del best?
Ce la caviamo salomonicamente con Sessanta (che sa anche un po’ di “sei politico”, il voto forse più appropriato per i greatest hits senza alcuna bonus come questo “Dukebox”).





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Tracklist:

01. Man Of The Dark
02. Starfire
03. Young Forever
04. Soul Of The Wind
05. Living With Wolfes
06. War Of The World
07. Sunset Station
08. We Brought The Angels Down
09. The Inner Road
10. Tungur Knivur
11. Stormcrow
12. Out To Every Nation
13. Lonely Are The Brave
14. Blacksong
15. Shadow People
16. Duke Of Love
 

 
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