Recensione: Dust

inserito da

«…il nuovo parto di casa Tremonti apre la via a una serie di potenziali interessantissimi sviluppi nell’economia del sound dell’artista americano, proponendo almeno quattro/cinque perle di valore assoluto disseminate all’interno di quarantaquattro minuti di metal forse mai così pesante, oscuro ed emozionante.»

Con queste esatte parole, all'epoca, si concludeva la mia (nostra) recensione di “Cauterize”, primo capitolo di una sorta di doppio album “a puntate”, portato a compimento dalla recentissima uscita di “Dust”. Ebbene, a distanza di un anno da allora e dopo svariati ascolti, il giudizio sul nuovo album dei Tremonti non solo non si discosta da quanto affermato ma non può che andare nella direzione di rincarare la dose.

Come facilmente intuibile le coordinate sonore e contenutistiche rimangono grosso modo le medesime; non sfugge, tuttavia, il sensibile appesantimento globale del guitar work con il sempre più evidente incorporo di elementi di matrice speed/thrash, grazie ai quali le entusiasmanti linee vocali di un Mark Tremonti ormai del tutto a proprio agio dietro al microfono risaltano ancor più che in passato.

A testimonianza di quanto asserito è sufficiente ascoltare brani a dir poco indiavolati come il terzetto di testa composto dalla tosta “My Last Mistake” e dalla granitica “Once Dead” tra le quali si insinua la più luminosa “The Cage”. Un terzetto di già elevatissimo valore che tuttavia scompare di fronte allo splendore della favolosa title track: un saggio di hard ‘n’ heavy moderno dal taglio cantautorale, illuminata da una prestazione vocale maiuscola e – forse – dal più bell’assolo mai composto dal guitar player statunitense.

Il resto della scaletta non cede, poi, in alcun modo il passo mostrando una compattezza – di mezzi e d’intenti – che risultava a tratti difettare al precedente album, talora un po’ malsicuro nell’affacciarsi al rock più mainstream con le fin troppo catchy “Cauterize” e “Another Heart”. Come non citare a tal proposito la tostissima ed oscura “Betray Me”, l'emotivamente squassante “Tore My Heart”, sorta di semiballata cupa e paludosa, e la successiva veloce, pesante eppur melodica “Catching Fire”, entrambe spiritualmente non troppo lontane dagli Alter Bridge dei tempi di “Blackbird”.

Il finale poi è da urlo, con le fantastiche “Never Wrong” e “Rising Storm” a tirare la volata alla splendida ballad “Unable To See”, una vera e propria perla di rara leggiadria in grado di chiudere come meglio non si potrebbe un dittico di caratura davvero elevata.

Che dire? Dal 2012 a oggi, compreso l’apprezzatissimo “Fortress” fanno quattro centri in quattro anni per il buon Tremonti, artista instancabile accompagnato da una sempre lodevole voglia di evolvere e di mettersi in gioco e oggi più che mai personaggio cardine della scena rock/metal/alternative contemporanea grazie ad un palmarès di tutto rispetto. Non dite che non ve l’avevamo detto.

Stefano Burini

 

 
82