Recensione: Dust of An Age

Di Enzo - 28 Aprile 2005 - 0:00
Dust of An Age
Band: Dyve
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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75

Gli italiani Dyve sono giunti al loro debutto discografico con questo “Dust of An Age” e, cari lettori, parliamoci chiaro, l’Italia vanta una scena Heavy Metal underground tra le migliori nel mondo (prettamente a livello musicale) e questi Dyve non sono che un’altra conferma alle mie teorie. La musica proposta dalla band affonda le proprie radici prettamente in un Heavy Metal di stampo USA, veloce, irruento ma a tratti capace di essere anche catchy e melodico senza comunque mai disdegnare scorribande in territori more thrash oriented ed addirittura prettamente progressivi (Fates Warning insegnano). Il disco risulta quindi essere un lavoro, dal punto di vista compositivo, abbastanza complesso, sicuramente bisognoso di numerosi ascolti per essere pienamente assimilato.

L’album è inaugurato dalla fast killer song Wasted Life che subito mette in evidenza le buone doti tecniche dei Dyve e del loro buon singer Capuzzi, che, sia ben chiaro, dovrà necessariamente migliorarsi in futuro. La song si snoda su ritmiche velocissime e riff forsennati che esplodono in refrain cattivi e potenti (ricordate i primi Anthrax?). Silence Please si rivela essere invece un brano più ragionato, la song, pur rimanendo ancorata alla sua ferrea velocità, si snoda su una costruzione melodica avvincente e complessa. L’irruenza tanto cara a band come Iron Maiden fa capolino nella seguente The Strongest Of The Weak, ossianica Heavy Metal song dal riff pungente ed incisivo. Ma è con Hope Again che l’album raggiunge una delle sue vette assolutamente più elevate. La song, introdotta da un elettrizzanre riffing, si snoda su melodie catchy e travolgenti intente a ripercorrere un certo sound di matrice USA (una sorta di Dokken meets Queensryche!) che raggiungono il loro culmine nell’assolutamente epico refrain accompagnato da chorus di altrettanto e sicuro effetto. Ragazzi questo è hard’nheavy music di pregevolissima fattura! Dopo la pur buona ballad Need For A Hold, d’intenzione romantica e delicata, ci ritroviamo nuovamente immersi nei forsennati ritmi sonori che caratterizzano il platter, questa volta portati in auge dalla splendida title track Dust of An Age che fa il verso ai Metal Church (“The Dark” era), la song si snoda attraverso una ruggente costruzione strumentale accompagnata poi da chorus massicci e diretti (ricordate la mitica Start The Fire?), sicuramente tra i migliori del platter. Ma il discorso musicale riallacciato nella title track, continua senza cedimento alcuno nella seguente Tears of Rage, un Heavy Metal di stampo US Power che fa il verso al Vicious Rumors sound più granitico e diretto. La successiva I Am The One, dal flavour di lontane memorie britanniche, è caratterizzata dal possente muro sonoro costruito dai poderosi riff del guitarist McSimon mentre la closer Shame on You (Queensryche oriented) grazie ai suoi riff trascinanti, ad un drumming travolgente ed incisivo ed alla ottima prova vocale del singer va a porre, con uno splendido assolo finale carico di pathos, la parola fine a questo ottimo disco.

In conclusione non posso che lodare un disco del genere. La produzione è molto curata (anche se un flavour “more eighty oriented” nonsarebbe stato sgradito), la tecnica sia strumentale che prettamente compositiva è a livelli molto alti, i Dyve si dimostrano musicisti maturi ed in grado di fare altrettanto bene anche nei lavori a seguire. Un plauso va di diritto anche alla Lucretia Records, label italiana da sempre impegnata nella ricerca di giovani talenti nostrani.

Vincenzo Ferrara

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