Recensione: Dyadic

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Un secondo album che è un gran bel balzo in avanti quello realizzato dai nostri Alchemy, gruppo tricolore che avevamo già conosciuto in occasione dell’uscita del disco d’esordio intitolato “Never Too Late" (2016).
Valori interessanti che s’erano già palesati con una certa importanza proprio in occasione del debutto, ora resi ancor più evidenti e produttivi in virtù di un chiarissimo processo di “crescita", ma pure grazie all’aiuto di ottimi professionisti del settore coinvolti nei vari aspetti legati alla costruzione di "Dyadic”, ennesima conferma di come, in termini di rock melodico, in terra nostrana nulla invidiamo alle grandi produzioni europee e d’oltreoceano.

Un significativo cenno di progressione anche da parte di Street Symphonies, label in costante ascesa nel valore delle proposte che si dimostra determinata a porsi sul mercato con sempre maggiore frequenza attraverso prodotti di buona caratura. La presenza di un autentico fuoriclasse in ambiti AOR come Pierpaolo "Zorro" Monti (Raintimes, Charming Grace, Shining Lane), coinvolto sia nella produzione di questo nuovo album, ma pure impegnato con incarichi di responsabilità all’interno della stessa Street Symphonies, è una vera e propria garanzia della qualità verso cui l’etichetta lombarda sta cercando d'approssimarsi quanto più possibile.

Alta qualità si diceva: quella che è facilmente riscontrabile scorrendo il piacevolissimo “Dyadic", disco che, come già accennato, oltre a veder coinvolti a vario titolo elementi di rilievo della scena AOR / Melodic Rock italiana quali Roberto Priori, Davide Barbieri e Stefano Zeni, coglie anche il jolly dettato dalla collaborazione con i fratelli Martin e Nick Workman degli straordinari Vega, band divenuta un irrinunciabile punto di riferimento per i fan di certo rock melodico brillante e gaudioso.
Un paragone nemmeno poi così peregrino: proprio il rock carico dì energia e melodie sfavillanti affini a Vega ed Hardline è la pietra angolare su cui va a poggiare l’intera struttura di “Dyadic”, rivelandosi, in più parti, ascolto piacevole e corroborante. Il classico cd che si presta ad una giornata di sole, allieta l’orecchio e solleva l'animo.
Non sappiamo se l’intento degli Alchemy fosse davvero questo, pur tuttavia gli effetti che se ne ricavano parlano di sensazioni assolutamente gradevoli, mediate da un sussurro dal sapore ottantiano in cui riscoprire una musicalità semplice e diretta, fatta di armonie immediate in cui la forza del ritornello ficcante definisce e caratterizza in modo univoco ogni brano inserito in tracklist.

Cursed", “Endless Quest”, “Nuketown”, “Hero" (eccoli i Vega!), “Lost in the Dark", "Take Another Shot” e "Prisoner" i momenti migliori di un disco molto ben congeniato, da cui emergono senza dubbio le vocals pulite ed essenziali di un ottimo Marcello Spera (più efficace sui toni “alti”), l’affidabile sezione ritmica composta dai “Mattei” (Matteo Castelli al basso e Matteo Severini alla batteria), ma che mai potrebbero prescindere dal fondamentale graffio della chitarra di Cristiano Stefana e dal marchio delle keys di Andrew Trabelsi, elementi pressoché basilari nel conferire corpo e anima al cd.
Qualche momento ancora perfettibile è a tratti riscontrabile in alcune melodie un po' troppo derivative ("What it Takes" sa un po’ di scontato, va detto), mentre davvero senza intoppi o possibili appunti è il lavoro svolto in sede di produzione dei suoni, una volta tanto realmente di livello europeo.

La cosa significativa che deriva dall’ascolto di “Dyadic”, oltre al puro e semplice divertimento che ne consegue, è rappresentata dalla sensazione malcelata che esistano, ancora, dei possibili margini di miglioramento. Un dettaglio nemmeno di poco conto: già così strutturati gli Alchemy si pongono in posizioni di prima fascia.
Immaginiamo cosa potrebbero diventare qualora il proverbiale processo di maturazione dovesse compiersi – come ci auguriamo - in maniera concreta, assoluta e definitiva…

 

 
80