Recensione: Earthquake

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Lunga e dura storia, quella degli spagnoli Canker. Autori di due album situati a metà degli anni novanta, di loro si son poi perse le tracce sino al 2005, anno in cui la band, riunita, ha registrato ma non pubblicato “Earthquake”, terzo full-length che non avrebbe mai visto la luce se, nel 2014, la Xtreem Music non avesse messo gli occhi sul combo di Granada. E quindi, finalmente, quest'anno, dando il via all'uscita ufficiale del citato “Earthquake”.

La sensazione è piuttosto strana, non appena si parte con la tremenda mazzata sui denti che funge da apripista e che risponde al nome 'Whale Hunt'. Strana poiché il disco non sembra avere il DNA vecchio di dodici anni, anzi. Al contrario, i Canker propongono un prodotto che può tranquillamente battagliare con quelli di adesso. Il che provoca un po' di rimpianto poiché se davvero “Earthquake” avesse potuto uscire nel 2005, probabilmente avrebbe avuto un impatto maggiore di quello, seppur buono, che è in grado di produrre ora.

La Storia non si fa né con i se, né con i ma, e quindi occorre saggiare “Earthquake” con una dentatura targata 2017. Come già accennato, il mastermind nonché membro fondatore Miguel Hernández – sin dai tempi in cui il combo si chiamava Apocalypse, alla fine degli anni ottanta – ha saputo adattarsi ai vari cambiamenti che il death metal ha originato nel corso di oltre venticinque anni di carriera, facendo sì che i Canker non si fossilizzassero all'interno di qualche cliché modaiolo.

Venendo alla musica in senso stretto, la peculiarità principale è insita nell'unione fra brutalità assoluta ('Whale Hunt') e melodia ('Biosfear'); unione che non dà luogo al melodic death metal. Affatto. “Earthquake” è lontano anni-luce dal gothenburg metal, non c'entra proprio nulla. La questione è invece semplice: a un impianto di matrice puramente death metal, i Canker hanno aggiunto soluzioni melodiche che non si amalgamano allo stile sì da formarne parte sostanziale ma, bensì, lo completano. Meglio affermare che si tratti di un corposo arricchimento, insomma. Le song, cioè, sarebbero di per sé già buone ma con il cappuccio armonico che viene appoggiato su di esse assumono un carattere unico, originale.

Non mancano elementi etnici ('Leyla Island', 'The Ghosts of Past') che richiamano l'Andalusia, terra natia dei Nostri, o addirittura accompagnamenti sinfonici (sic!) come nella terremotante, violentissima 'Bedout'. L'aggressività dei Canker è costantemente elevata ma non rappresenta l'unica caratteristica di “Earthquake”. Anzi, le trovate melodiche che rendono così ricche le canzoni, come peraltro già accennato, fanno del disco una piacevole sorpresa, giungendo a sfiorare le lande desolate del doom con 'Black Star'. Doom corretto sia stilisticamente sia artisticamente, il che rappresenta un punto in più nella scala della bravura e della maturità dei Canker.

Ottima operazione della Xtreem Music, quindi, che ha riportato in vita un lavoro che, altrimenti, purtroppo, sarebbe rimasto nel dimenticatoio per sempre.

Daniele “dani66” D’Adamo

 
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