Recensione: Echoes of Human Decay

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Sono tornati. I paladini italiani del death metal più intransigente, dopo dieci anni di silenzio, finalmente si riaffacciano sul mercato discografico con Echoes of Human Decay un album a lungo atteso, ma che sinceramente farà discutere. In effetti dopo così tanti anni e con due chitarristi diversi in formazione rispetto a quelli del fantastico Anthems of Ancient Splendour era un po' dura aspettarsi che nulla fosse cambiato, ma bisogna anche dire che la maggior parte dei brani presenti in questo platter vanno a discostarsi anche dalle succose anteprime che erano apparse sul myspace della band, ossia a Duellists e Like a Distant Thunder, pezzi che avevano fatto ben sperare e che naturalmente sono presenti in tracklist, ma purtroppo rimangono episodi abbastanza isolati in un album che prende vie diverse rispetto a quelle passate.

Quali sono le principali differenze dei Dominance odierni rispetto a quelli targati 1999? Innanzi tutto la registrazione: i tempi sono cambiati anche per quanto riguarda le tecnologie ed i nostri hanno deciso di avvalersi degli ultimi ritrovati presenti allo Studio 73 di Ravenna, i quali hanno conferito a questo album un'attitudine sonora che molto si discosta dallo stile “blackened death” che andava a metà degli anni '90, un po' Florida (Morrisound) un po' Scandinavia (Abyss Studio), e va invece ad avvicinarsi alle mode attuali come timbro degli strumenti... per parlar chiaro: si sente un po' di metalcore nella pasta sonora di questo platter. Si potrebbe sostenere naturalmente che i nostri abbiano voluto adeguarsi alle mode attuali nel campo della registrazione per poi non dover scendere a compromessi a livello compositivo ed in parte è così: fin dalle iniziali Last Witness e Gilgamesh ritroviamo infatti le atmosfere solenni e furiose che tanto abbiamo imparato ad amare nel combo di Rolo, con in più un Mauro Bolognesi in forma smagliante, il quale sfodera il suo growl demoniaco e ancora una volta manda a casa la maggior parte dei cantanti death metal italiani ed anche esteri. Quello che manca rispetto agli antichi splendori di (e scusate il gioco di parole) Anthems of Ancient Splendour non è certo il death dunque, ma piuttosto il “blackened”: se escludiamo la già citata Duellists infatti tutto il paganesimo, la verve occulta, l'eredità norvegese che i nostri avevano mostrato nel loro album di debutto risulta dispersa e viene qui sostituita da riff a pivot in stile At The Gates - Heaven Shall Burn ed assoli che ricordano addirittura l'Hard Rock dei primi anni 90. Se in qualche occasione come Like a Distant Thunder, la cosa non è un male in altre invece (The Siege, The Sailor...) ci ritroviamo di fronte a vere e proprie cadute di stile.

Echoes of Human Decay è dunque un buonissimo disco, realizzato da una band che ci fa immenso piacere rivedere in attività, ma è anche il disco dove si consuma una virata stilistica non indifferente e dove i nostri, forse proprio in virtù di questi cambiamenti, non riescono ad esprimersi al 100%. Probabilmente bisogna solo aspettare che i cinque di Rolo superino l'iniziale momento di rodaggio causato dal nuovo debutto, si approprino in pieno della loro nuova poetica compositiva e si ripresentino con un terzo album finalmente capolavoro. Di certo c'è che i Dominance non diventeranno la risposta italiana ai Behemoth... se purtroppo o per fortuna decidetelo voi.

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Tracklist:
1- Dead Mechanism
2- Last Witness
3- Gilgamesh
4- Primordial
5- The Siege
6- Duellists
7- The Temple of Two Queens
8- Unholy Birth
9- The Sailor
10- Like a Distant Thunder

 
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