Recensione: Echoes of the Aftermath

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Gradevoli ma poco incisivi.
Apprezzabili ma per nulla fondamentali.
Professionisti inappuntabili. Eppure derivativi e carichi di cliché.

Vive così, in un susseguirsi continuo di lati positivi e negativi la carriera dei The Murder Of my Sweet, band giunta al quarto capitolo discografico sulla lunga distanza che celebra il nuovo anno con la fresca uscita di “Echoes of The Aftermath”.
Una sorta di "Yin e Yang" perpetuo che si riverbera lampante ed inequivocabile anche in questa nuova fatica, foriera di un buon numero di spunti piacevoli, brani dall’evidente taglio orecchiabile e di prestazioni prive di sbavature.
Parimenti, infarcito di un numero imprecisato di stereotipi e mai in grado di piazzare la zampata feroce, quella che artiglia l’attenzione e fa volare il disco tra le preferenze degli appassionati.

Abbandonati i toni piuttosto fuori luogo ed inconsistenti del precedente concept album, i Murder Of My Sweet tornano alla canonica forma canzone, consegnando all’audience una serie di pezzi estremamente patinati ed ammiccanti, levigati nei toni, raffinati nelle orchestrazioni (Daniel Flores è sempre e comunque una garanzia), edulcorati e mai troppo aspri o accesi da vampate di irruenza.
Un rincorrersi continuo di Within Temptation ed Edenbridge, inframmezzati da tanti spunti in stile Issa ed in generale un piglio AOR di stampo scandinavo che di per sé non dispiaciono affatto, lasciando ampio respiro ad un ascolto disimpegnato e leggero.

Se però è un qualcosa di davvero memorabile quello di cui si è in cerca, il rischio di “capitarci male” è concreto: melodie tanto “amichevoli” da essere quasi innocue, si mescolano ad atmosfere spesso un po’ malinconiche e dagli arrangiamenti goticheggianti, territorio di conquista per l’ottima voce della bravissima Angelica Rylin, singer decisamente dotata che – non ce ne vogliano i fan della band – molto abbiamo preferito nelle vesti soliste dell’album datato 2013.
I pezzi girano senza intoppi nel lettore, scivolando dal primo all’ultimo senza offrire mai sensazioni sgradevoli. Tuttavia, l’effetto deja-vu, quell’idea appiccicosa di “strasentito” che spinge sempre a far paragoni con altri e mai ad identificare la band con un suono proprio, si rivela una costante che imperversa ovunque, concedendo qualche sorriso ma nemmeno troppi applausi a scena aperta.

Il lato migliore dei Murder of My Sweet, nemmeno a dirlo, è quello più propriamente AOR: “Racing Heart”, “Flatline”, “In Risk Of Rain” e, soprattutto, “Shining After Dark” (probabilmente l’apice del cd), sono canzoni piuttosto efficaci che vanno trasversalmente a miscelare il rock melodico con delicati toni evocativi, offrendo esiti talora seducenti e fascinosi.
D’altro canto, la staticità di “Cry Wolf”, “Loud As Whisper” e della stessa title track “Echoes of the Aftermath” è invece tale da fiaccare particolari entusiasmi, riportando verso il basso un profilo comunque mai troppo “alto” o superiore.

Il risultato rimane lì, in una ipotetica “terra di mezzo”.
Il disco piace, ma senza eccessi.
I musicisti sono tutti molto bravi ma il songwriting non indugia in grossi colpi di scena.
Le canzoni spesso denotano charme e stile, ma nessuna di loro rimane davvero scolpita nella memoria.

Non c’è male insomma. Ma nemmeno nulla per cui perdere il sonno.

 
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