Recensione: Eclipse

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Arriva sugli scaffali di tutto il mondo Eclipse, quindicesimo studio album dei veterani Journey, a tutt'oggi una delle band più imitate del pianeta.
Sono passati tre anni dall'uscita di Revelation, grande prima di Arnel Pineda dietro il microfono della storica formazione di San Francisco. Il singer è stato in grado di dividere l'esercito degli amanti del rock melodico in due schieramenti: da una parte gli estimatori di un signor nessuno che, come nella più stereotipata favola disneyana, di punto in bianco si ritrova i riflettori del globo puntati addosso, superando brillantemente l'impegnativa prova sia in studio che dal vivo; dall'altra chi lo ha (frettolosamente) liquidato come un clone, non dotato di vita artistica propria, del leggendario Steve Perry.
Piaccia o non piaccia, la trepidante attesa per questa release aveva come base sostanziale una sete di conferma da parte dei due suddetti schieramenti, i quali si troveranno a dover fare i conti con l'incredibile prestazione del cantante filippino, ma anche con molto, molto altro. Il perchè, a chiunque ascolti Eclipse con un minimo di attenzione, non sfuggirà: c'è talmente tanta carne al fuoco che non è semplice capire da che parte iniziare ad analizzare questo nuovo capitolo di quel pregiato romanzo intitolato Journey.
È facilmente immaginabile quanto sarebbe stato facile, per dei musicisti scafati quali Schon e Cain, scrivere un "Revelation 2.0" e cavalcare l'onda lunga della benevola accoglienza, da parte di pubblico e critica, che il disco uscito tre anni or sono ha riscosso un po' ovunque. Facile, redditizio e sicuro. Ma la sfida, che solo i grandi sono in grado di raccogliere, è quella di stravolgere tutto ciò che componeva un successo per (ri)costruire qualcosa di diverso, senza peraltro smarrire la propria identità. Già, perchè ora, nel corrente A.D. 2011, i Journey se ne escono con un insieme di brani (dodici in totale) che spaziano parecchio, mantenendo nel contempo un filo conduttore che li connette alla loro lunga, gloriosa carriera artistica.
L'aspetto paradossale del confronto tra Revelation ed Eclipse consiste nel fatto che, contro ogni logica, le canzoni di quest'ultimo lavoro, nonostante siano legate da un tema di fondo che le unisce in un concept (con tema spirituale e una visione generale sulla vita contemporanea), risultano molto meno connesse tra di loro di quanto non fossero quelle del primo. Qui si salta da una parte all'altra, mettendo assieme una dozzina (come detto sopra) di brani mediamente molto buoni, presi singolarmente, ma che mancano di quel senso di unitarietà che contraddistingueva il penultimo, bellissimo album. Non che questo rappresenti chissà quale problema, per carità, ma potrebbe suscitare la sensazione di una mancanza di direzione che rende l'ascolto integrale meno fluido.
Le differenze non si fermano certo a questo: i Journey hanno deciso di puntare meno su melodie ruffiane (ma bellissime) per proporre brani più strutturati e generalmente meno d'impatto, ma che, alla lunga, risultano altrettanto appaganti; anzi, potrebbero persino suonare migliori soprattutto per chi non campa di AOR.

Ciò che appare chiaro sin dai primi giri nel lettore, in ogni caso, è che, abbastanza imprevedibilmente, mancano all'appello sia un pezzo dal tiro formidabile com'era Never Walk Away, sia una power ballad perfetta quale After All These Years. Ciò non toglie che anche Eclispe contenga diversi brani sopra le righe; alcuni sono addirittura splendidi, come le trascinanti Edge Of The Moment e Chain Of Love (la migliore del lotto, nonostante un riff a dir poco abusato), la bellissima e toccante Resonate, o l'incantevole Tantra, divisa in ballata per piano e voce prima e mid-tempo dal refrain irresistibile poi, che non mancherà di mietere vittime tra le anime più romantiche. Quello che manca, invece, è la semplicità che colpisce dritto al centro. A dir la verità, in un paio di occasioni il tentativo di battere questa strada c'è stato da parte dei nostri; purtroppo s'è risolto, come nell'emblematico caso di Anything Is Possible, in un pasticcio a metà tra la banalità e l'utilizzo di cliche spesi, purtroppo, malamente.
Per quanto riguarda il primo singolo, la scelta è ricaduta sull'opener City Of Hopes, buon pezzo ma con un ritornello assolutamente non all'altezza; fa eccezione il Sud America (chissà mai perchè... ) dove si è optato per Human Feel, decisamente migliore anche grazie al drumming potente e ritmato di un Deen Castronovo in grande forma. In entrambi i casi l'impressione è che la si sia tirata tanto, troppo per le lunghe. Arriviamo, a questo proposito, ad un'altra nota dolente: alcune delle canzoni sono allungate in modo eccesivo senza motivo apparente. Così succede anche che un pezzo come She's A Mistery, tutt'altro che da buttare, riservi le cose migliori nel finale, ma che a questo si arrivi sfiniti da quattro minuti inspiegabilmente interminabili.
Per quanto riguarda le prestazioni dei singoli, detto dell'ottimo Pineda, abbiamo la solita brillante prova di Cain alle tastiere, con il consueto picco qualitativo che arriva quando mette le mani sui tasti del piano; Castronovo non sarà un mago delle dinamiche, ma si conferma affidabile, gran picchiatore e ottimo ai cori; Valory fa la sua parte come di consueto senza apparire troppo se non di quando in quando, come nella frizzante Ritual. E Schon? Lui non ha certo bisogno di dimostrare niente a nessuno, anche se vale ugualmente la pena di spendere due parole sul suo lavoro in questo Eclipse. Se da una parte la sua classe si sprigiona più o meno in tutto il disco, soprattutto durante le strofe dei vari pezzi, va sottolineato come, in fase solistica, sembra che il guitar-hero americano abbia perso interesse per lo shredding più o meno obbligato in ogni assolo. Spettacolare la quantità di riff eccellenti con i quali ha saturato ogni minuto di questo Eclipse, nel quale tra l'altro appaiono spesso le due chitarre, grazie anche all'apporto ritmico di Cain.
Ancora una volta è una strumentale, Venus nella fattispecie, a concludere la scaletta; in questo caso si tratta della reprise del tema finale di To Whom It May Concern, altra perla da aggiungere alla collana di grandi pezzi che costellano la invidiabile discografia dei Journey. Tra i due brani trova spazio Someone, non indimenticabile nella sua semplicità, ma con l'ennesimo ritornello azzeccato.

Molte luci e qualche ombra, dunque, in Eclipse. Tra le note positive spicca la personalità con la quale Arnel Pineda è riuscito ad inserirsi nella band che, va detto, non ha esitato a seguirlo per metterlo nella condizione di dare il massimo. La sua voce ha grandi estensione e potenza; lui è espressivo e sicuro (e ne ha ben donde) dei propri mezzi.
Il disco? A conti fatti si può dire con una certa tranquillità che è il più rock, il più complesso (anche a livello di arrangiamenti) ed il meno immediato tra i lavori dei Journey; di più: non assomiglia a nessuno dei loro precedenti dischi, recenti o meno che siano. Anche la produzione, curata da Kevin Sherley assieme a Schon e Cain, rappresenta un elemento di discontinuità: è meno ariosa (perfettamente in linea con i contenuti del disco) che in passato e con un tocco di modernità che era difficile aspettarsi. Una cosa è certa, in ogni caso: non si può che apprezzare una band che, dopo quasi quarant'anni di attività e decine di milioni di copie vendute, sa osare lasciando il paracadute ripiegato nell'armadietto. Journey: ad maiora!

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Tracklist:
01. City of Hope 6:02
02. Edge of the Moment 5:27
03. Chain of Love 6:10
04. Tantra 6:27
05. Anything Is Possible 5:21
06. Resonate 5:11
07. She's a Mystery 6:41
08. Human Feel 6:44
09. Ritual 4:57
10. To Whom It May Concern 5:15
11. Someone 4:35
12. Venus 3:34

Line-up:
Arnel Pineda: vocals
Neal Schon: guitars, backing vocals
Jonathan Cain: keyboards, rhythm guitars, backing vocals
Ross Valory: bass, backing vocals
Deen Castronovo: drums, percussions, backing vocals

Japanese edition bonus track:
Don't Stop Believin' (from Live in Manila DVD)

 
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