Recensione: Ecos Del Norte

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Giungono al secondo album gli iberici Druidas, portando il loro power metal, dal peculiare cantato in spagnolo, oltre i confini nazionali. Nico Soto dà buona prova di sé dietro al microfono, nonostante le difficoltà insite nel cantare in una lingua che si presta poco a tempi tirati e a liriche incalzanti, come quelle contenute in questo CD. Tomás Parra e Rober Fernández sono gli axemen chiamati ad accompagnare il nostro eroe, mentre della base ritmica si curano Alberto Puentes al basso e Álvaro Santoro alla batteria.


Come ormai è di moda l’album si apre con una intro “La sombra del águila”. Una sorta di racconto che ci proietta subito nel riffing travolgente di “Hijos del viento”. Questo brano è caratterizzato da una furiosa parte di batteria, che sottolinea la pregevole prova anche degli altri strumenti per il più classico dei brani power. La successiva “Espíritu guerrero” non è molto più originale, ma è certamente più coinvolgente, oltre che movimentata da una struttura più articolata. Più incolori le linee melodiche di “A las puertas del cielo” che, pur se ben suonata, non lascia molto nelle orecchie dell’ascoltatore. Momento title track: “Ecos del Norte” è breve e incisiva, ma non avara di cambiamenti ritmici o variazioni compositive. Particolari ma non completamente convincenti le linee di Soto. Molto meglio va in “Tempestad”, in cui spicca il lavoro dei chitarristi, mentre risulta un po’ troppo invadente la presenza della voce. Identico discorso anche per “Danza de fuego”, che però costituisce una prova assolutamente solida soprattutto grazie al tiro micidiale e alla grinta finalmente finalizzata a far saltare in piedi sul divano. Una struttura complessa e qualche virtuosismo sulla partitura solista completano uno degli episodi migliori del disco. I Druidas si sono scaldati e, pur lasciando qualcosa sul campo, soprattutto alla voce ispirazione, ora non cedono più un centimetro travolgendoci letteralmente con “Espada de Damocles”, di cui ci resta soprattutto il finale tiratissimo in tutti i reparti. Si difende bene sul versante compositivo anche “El último guardián”, che perde invece qualcosa in termini di mordente e capacità di coinvolgere anche a causa della durata un po’ eccessiva. Le stesse considerazioni si potrebbero fare con “Vercingétorix”, a cui non manca nulla sul piano creativo, ma che risulta un po’ carente su quello emozionale. Completamente opposta la questione per “Un largo adiós”, che invece punta tutto sull’atmosfera struggente creata dal duetto piano-voce. Bersaglio mancato di misura più che altro per l’interpretazione buona ma addirittura un po’ sopra le righe di Soto.


In definitiva questo gruppo di Druidi si difende bene. La produzione è assolutamente convincente e il songwriting capace di movimentare anche i pezzi più lunghi. Anche sul versante tecnica, spesso nota dolente, i nostri non mostrano particolari punti deboli. Il capitolo originalità invece merita un discorso a parte perché, se musicalmente non si discernono peculiarità degne di nota, il cantato in lingua spagnola costituisce un tratto distintivo inequivocabile. Sulla bontà di questa soluzione si potrebbe disquisire all’infinito, ma i fattori da tenere in conto sono principalmente due. Prima di tutto bisogna riconoscere che si tratta di una scelta personale e coraggiosa e, in quanto tale, andrebbe sicuramente apprezzata, soprattutto perché complessivamente il risultato finale non è affatto malvagio. In secondo luogo va però sottolineato come la cadenza, le sonorità morbide e la lunghezza media delle parole tipica dello spagnolo (come avviene anche per l’italiano) mal si concilino con il genere di questa proposta. I testi molto lunghi poi non aiutano a mascherare il problema e, anzi, aggravano le difficoltà nella metrica, così che spesso i Druidas si trovano impelagati in evoluzioni sillabiche che talvolta suonano strane all’orecchio. In definitiva questo album paga a caro prezzo l’aspetto che principalmente ne caratterizza la personalità. Si tratta comunque di un buon prodotto che ci consiglia di tenere d’occhio questi Druidi (proposito che sarebbe più facile se avessero un sito internet) in attesa che trovino la quadratura del loro cerchio.

 

 
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