Recensione: Edge Of Tomorrow

Di Ottaviano Moraca - 31 Maggio 2016 - 11:00
Edge Of Tomorrow
Band: Sunstorm
Etichetta:
Genere: Hard Rock 
Anno: 2016
Nazione:
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75

Joe Lynn Turner. Qui parliamo di lui, non di uno qualsiasi. Per chi non lo sapesse Joe ha prestato la sua voce a Rainbow, Malmsteen e, se pur per breve tempo, anche ai Deep Purple, oltre che a numerosi altri progetti più o meno famosi degli ultimi 40 anni. In pratica è un “mostro sacro” che metterebbe in difficoltà chiunque si trovasse, come il sottoscritto, davanti all’ingrato compito di dover recensire la sua ultima fatica. Per ritardare l’onere, quindi, vi presenterò prima i Sunstorm, che sono la sua ultima proposta di Hard Rock/AOR giunta ormai al quarto album intitolato “Edge of Tomorrow”. Da segnalare per questo capitolo il recente cambio di formazione che ha portato in lineup un team tutto italiano formato da Alessandro Del Vecchio alle tastiere, Simone Mularoni alle sei corde, Nik Mazzucconi al basso e Francesco Jovino dietro le pelli. 

L’album inizia con “Don’t Walk Away From A Goodbye” in cui Mularoni mette subito in chiaro che qui non si scherzo e lo stesso Turner si produce nella più classica delle performance, ripercorrendo tutti i fondamentali del genere, in modo che l’ascoltatore abbia ben chiaro fin dall’inizio le coordinate principali di questo lavoro. E siamo subito alla lunga Title Track, che si muove su atmosfere più introspettive, senza rinunciare a mordere soprattutto in zona bridge/ritornello, quando, tra l’altro, diventa quasi impossibile resistere alla tentazione di cantare tanto è coinvolgente il refrain. Nonostante il vago sapore prog, lascia un po’ più tiepidi la successiva “Nothing Left To Say”, di cui convincono soprattutto le parti soliste, ma che avrebbe potuto essere più breve o più originale. Di tutt’altra pasta e mood, fin dall’aggressivissima intro, è “Heart Of The Storm” che convince in toto, con particolare riferimento alla linea di voce del ritornello. Di nuovo impossibile non lasciarsi coinvolgere, magari saltando per la stanza, così come ignorare il lungo e articolato assolo. Melodia allo stato puro anche in “The Sound Of Goodbye“, che distilla magistralmente atmosfera e aggressività in un brano dal sapore indecifrabile, ma pregiato, in cui i nostri mostrano tutto il loro talento. Cambio di mood nella successiva “The Darkness Of This Dawn” a cui si può ascrivere solo la colpa di spezzare il ritmo di un album che finora aveva tirato forte. In assoluto non proprio un passo falso, ma forse un brano un po’ più tiepido di quelli che lo hanno preceduto. Il metronomo, e con esso il gradimento, montano invece insieme alla cattiveria in “You Hold Me Down”, in cui la band esplora territori quasi heavy metal, ma sempre con gusto e senza esasperazioni. Con “Angel Eyes” Turner e soci si cimentano nell’immancabile ballad, superando brillantemente la prova soprattutto grazie all’intensità di una traccia scritta con mestiere e arricchita dai soliti virtuosismi alla chitarra solista. La successiva “Everything You’ve Got” ci accoglie di nuovo con un cambio di ritmo e con un bel ritornello orecchiabile, che però non basta per convincere appieno e ricoinvolgere nell’ascolto. Purtroppo lo stesso si potrebbe dire anche di “Tangled In Blue” che pur senza difetti macroscopici e nonostante un crescendo interessante, manca di quella zampata che i nostri hanno ampiamente dimostrato di saper dare negli episodi migliori del disco. Torna l’ispirazione in “Burning Fire” che chiude in bellezza questo album grazie alla struttura tormentata e alla prestazione davvero impeccabile dietro le tastiere e alla chitarra.

Quindi cosa ci lascia questo album? Obbiettivamente niente che non avessimo già. Allora è tutto da buttare? Assolutamente no! “Edge of Tomorrow” è un lavoro godibilissimo, con degli episodi molto buoni. Brilla decisamente per la produzione impeccabile e per i suoni, non solo davvero appropriati, ma anche e soprattutto piacevolissimi all’orecchio. Al di là di tutto, comunque, si ha l’impressione che la realtà dello studio stia un po’ stretta alla caratura di questi musicisti e alla foggia dei loro brani, che invece troverebbero la dimensione ideale in sede live. Nessuna notizia di un prossimo tour di Turner e compagni, ma consigliatissimo non perdersi l’occasione quando capiterà. Ok, affrontiamo l’elefante nella recensione: sì, la prestazione di Turner è assolutamente all’altezza, soprattutto per l’interpretazione con cui personalizza ogni secondo di ogni traccia, senza, almeno apparentemente, risentire degli anni che passano. Immortale. Concludendo, direi che sul piano dell’innovazione questo disco non brilli, ma credo che i Sunstorm non ci abbiano nemmeno provato, perché a loro non interessa rinnovare un genere a cui sono devoti e che ha radici profondamente piantate nella storia. Semmai quel che conta per loro è scrivere un altro capitolo importante di quel libro e in quest’ottica il loro ultimo album guadagna decisamente la sua ragione d’essere. Certo, di capolavoro non si può parlare, di pietra miliare nemmeno ma se cercate un disco suonato magistralmente, che migliori ad ogni ascolto, che abbia pure un certo spessore artistico, che sia intriso del più raffinato degli hard rock melodici e per di più scritto da uno dei più importanti e fedeli interpreti del genere… beh, allora sappiate che questo disco è prodotto per voi.

 

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