Recensione: Emanations from the Crypt

Di Daniele D'Adamo - 25 Aprile 2016 - 16:43
Emanations from the Crypt
Band: Embalmer
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2013
Nazione:
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74

Il sentore di putrefazione permea l’angusta atmosfera della cripta, manca l’aria, i sensi si offuscano, la coscienza si spegne lentamente.

È l’ora. È l’ora degli Embalmer.

Vecchi, arcaici, passati. Gli Embalmer.

Nati nel 1989 a Cleveland, essi hanno trapassato da parte a parte più di un quarto di secolo sopravvivendo, a stento, alle varie tendenze che hanno tentato di strappare dalle menti dei deathster i ricordi. I ricordi del più feroce, devastante e morboso death metal primigenio. Quello che, ora, è quasi una moda, e cioè l’old school death metal. Ma non di questo, si tratta, in “Emanations from the Crypt”, secondo album in carriera dei Nostri. Quello da essi suonato, difatti, è quello vero, non quello rigenerato dalle nuove generazioni.

“Emanations from the Crypt” è l’emblema della rinascita del combo dell’Ohio, dopo numerosi tentativi di ripartenza da un ingeneroso oblio. Tanta, la carne messa al fuoco prima del 2016 ma, come dimostra l’esistenza di un solo altro full-length (“13 Faces of Death”, 2006), insufficiente a consentire la firma di un contratto discografico. Ora però c’è l’Hells Headbangers Records, specialista della materia marcia, per cui si spera che altre misconosciute realtà che hanno dato la spinta più forte al death, agli inizi degli anni ’90, abbiano a che trovare la propria strada anche nel mercato dei dischi.

La differenza fra chi reitera un sound antico per via del proprio bagaglio culturale e chi lo esprime perché è, quel sound, è tanta. A cominciare dal non-trigger drumming di Roy Stewart. Convulso, feroce, veemente, spesso caotico. Ma perfetto quanto scellerato traino ove deporre i corpi in decomposizione, smembrati dai riff segaossa – a toni ribassati, sanguinolenti e malati di Steve Pedley e Don Wolff, sezionati dal martellante basso di Joe Wunderle. Su tutti, il nocchiero Paul Gorefiend, bravissimo a passare con noncuranza dall’inhale più suinico, al growling più cavernoso, allo screaming più allucinato. Per un risultato fottutamente analogico, lontano anni luce da ciò che consente, oggi, la moderna tecnologica applicata all’esecuzione musicale. Proprio per questo, ovviamente, non c’è molto d’innovativo, in “Emanations from the Crypt”. Invero, tutto è stato tracciato apposta per ricreare al 100% quel sound, quel mood, quel flavour, dando – un pochino – l’idea del dejà-vu. Un difetto che non è un difetto, tuttavia, che va valutato secondo i personali gusti di chi ascolta.

Brani come l’agghiacciante opener ‘Dead Female Stalker’ e  ‘Reduced to Human Scum’, per citarne due non a caso, rappresentano il sublime troncamento delle membra umane, lasciate poi lì in pasto ai vermi, metafora di una società in completo decadimento nei suoi valori primigeni. ‘The Apocalyptic Rains’, poi, non concede nulla a nessuno: totale sfascio, assoluta devastazione prima e dissoluzione poi della carne. Nuovamente, lo spaventoso muro di suono costruito dagli Embalmed non lascia scampo a nessuno. Anzi, spunta addirittura l’hardcore più efferato (quello su cui hanno innestato la baionetta gente come gli Slayer, per intendersi) in ‘They Can Smell Our Blood’, a rimarcare il concetto: il vero death metal è questo.

Punto.

Daniele D’Adamo

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