Recensione: Emperor of Sand

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ATLANTA E MICHELANGELO BUONARROTI

Michelangelo Buonarroti, probabilmente il più grande artista del rinascimento Italiano, una delle sue opere maggiori è la volta della cappella Sistina, ogni Italiano che rispetti ha presente cosa sia, tutti avete visto per volontà o per caso quegli affreschi; meno persone però si ricordano della Pietà Rondanini, che lo stesso Michelangelo scolpì alla venerando età di 77 anni. Ciò che unisce queste due opere di arti differenti, è lo spirito creativo e passionale con cui lo stesso Buonarroti cercò in base alle forze intrinseche di esprimere con le sue sole forze fisiche; nel 1552, a 77 anni, pensava che mettendo lo spirito di un tempo trascorso sarebbe uscita la stessa precisione e meticolosità di quando ne aveva solamente trentasei di anni. La bellezza di questi lavori è indiscussa ma è la psicologia che ci interessa, dopo anni di lavoro è indubbio come l'intensità e la creatività tendevano a svanire, cercando a causa dell'età avanzata più che altro di abbozzare e interpretare solo quelle idee che in età giovanile venivano spontanee e strabordavano dalle opere. Anche i Mastodon oggi se non l'avete capito, cercano di mettere la stessa intensità e creatività riuscendo però solo ad abbozzare tutte le idee che frullano in testa, quasi al limite dell'interpretazione piuttosto che della comprensione vera e propria, sviluppando canzoni che hanno solo una minima percentuale della cura dei dettagli e dell'ingenio esplosivo che era "normale" dentro ogni canzone dei primi dischi. Ora vi è tutto chiaro? La unica gigantesca differenza tra il gruppo di Atlanta e l'artista fiorentino è che uno creava sempre capolavori, a dispetto dell'età, gli altri tentano di andare oltre se stessi senza riuscirci. Questo settimo disco ufficiale in studio, “Emperor of Sand”, nasce da una amicizia non voluta con il cancro che ha incontrato diversi cari della band, facendoli soffrire a causa questa immonda malattia. La metafora del nostro personaggio che viene maledetto da uno stregone per poi vagare assiduamente nel deserto in cerca di stesso è la metafora della ricerca di noi stessi, della qualità con cui trascorriamo il tempo sula terra e cosa farne di quanto ci rimane da vivere; la morte e la contemporanea rinascita sul finale, la comprensione delle domande che la vita ti pone e le successive risposte diventano un labirinto di immane difficoltà.

PERIODO RAZIONALISTA

Questo nuovo album può essere visto in sintesi come la somma degli ultimi tre album, da “Crack in the Skye” in poi, per cercare di unire tutte le sfumature del gruppo riuscendo solamente a metà purtroppo. Il difetto più grande di “Emperor of Sand” è quello di avere troppe poche idee per le canzoni proposte, andando a puntare maggiormente su una prevedibile e normale struttura compositiva, nascondendo la istrionica verve proto “Zappa-niana” degli albori. Se escludiamo alcuni sporadici esempi infatti, la totalità del disco è una semplice summa di episodi già sentiti nel passato dei Mastodon dove i molteplici livelli percettivi sono oramai preconfezionati, una macchina oliata per bene con poche sorprese. La “stupidità” di alcuni passaggi che trovavamo dentro “Blood Mountain” o “Leviathan” oggi sono più maturi e come spesso succede, con la parola maturazione l'impossibilità di sbagliare viene di seguito, un maturazione che va a braccetto col concetto di abitudine. L'istinto, la melodica, i riff classici targati Mastodon sono percepibili e distinguibili in una frazione di secondo, lo stile che li contraddistingue da una vita intera è dietro l'angolo, ma le novità stanno nei pochi lampi di genio che purtroppo tendono ad alleggerire anche il concept trattato, come nel singolo “Show Yourself”. L'idea è quella di avere molte canzoni preparate ad hoc senza un fine comune, il filo rosso che le lega è in contrasto con il tema trattato.

11 CANZONI – 3 FASI – 1 ALBUM

Il tema portante, la concezione sonora e l'intento che risiede dietro “Emperor of Sand” è stata già cospicuamente trattata, ora rimane ciò che effettivamente riusciamo a trovare dentro le tracce vere e proprie. Possiamo vedere il disco come diviso in tre macro aree, dove le prime quattro composizioni sono bene o male quelle più accessibili e “straight-to-the-point” dell'intero lotto, quelle che prendono a piene mani dagli ultimi due dischi e cercano di estrapolare l'anima più heavy, più diretta e meno metafisica. Il già accennato singolo “Show Yourself” è decontestualizzato al massimo, nella sua semplice efficacia, nell'essere la canzone più orecchiabile mai scritta dal gruppo funziona bene e sicuramente oltre oceano andrà in radio costantemente ma come già segnalato non è inserito nel disco, diventando un esemplare a se stante. Sia “Precious Stone" che "Steambreather” hanno molteplici accorgimenti geniali ma alla lunga risultano poco forti anche da pensare in sede live, grazie ad alcune soluzioni leggeremente ripetitive, dove la forma canzone ha preso il sopravventuo sul classico fraseggio strofa ritornello. Certamente, come riscontrabile in tutti i brani, l'inserimento costante del tamburello amplifica questa creatività, ma non può essere tutto qui il buono. La seconda parte che prende piede dalla quinta “Roots Remain” per andare fino alla ottava “Clandestiny”, è quella fase centrale con risultati leggermente interlocutori, l'idea che non tutto sia finalizzato al meglio con qualche ottimo spunto infarcito di una materia informe fa pensare. Troviamo anche ottimi passaggi dentro “Ancient Kingdom”, che riportano alla mente proprio il capolavoro “Blood Mountain”, ma questa sperimentazione psichedelica di alcuni frangenti (“Clandestiny” con la parte centrale spettacolare) spesso non convincono a pieno diventando un bagliore nel girigio monocromatico; dobbiamo anche ammetterre come sia “Roots Remains” che “World to the Wise” sono due filler enormi che non sanno ne di zuppa ne di pan bagnato. Ascoltabili si ma dopo venti passaggi e oltre in cuffia, diventano quelle canzoni che definire trascurabili è lapalissiano. La terza ed ultima fase è quella che possiamo vedere come la più interessante, dove l'apice compositivo dei Mastodon A.D. 2017 viene ad esplodere nel vero senso della parola; tre canozoni belle, geniali e con il guizzo del genio di un tempo antico. Certamente, come da prassi Scott Kelly ha il suo cameo e amplifica le dinamiche delle tracce., ma è il contesto su cui nviga che lo premia. Probabilmente “Andromeda” contiene il riff singolo più geniale dai tempi di “Crack in the Skye” mentre la conclusiva “Jaguard God” è la più bella canzone a livello complessivo del disco,la punta di diamante, prendendo le vecchie ritmiche di “The Czar” e rivisitandole in chiave moderna dove sette minuti di applausi che si dividono in tre movimenti al proprio interno. Genio e Follia che chiudono al meglio il disco. Per quanto riguarda “Scopion Breath” è quella chicca, sempre nel finale, che in poco più di tre minuti riesce a reinterpretare qualche sonorità di “Leviathan” in età moderna, dove il vecchio basamento sludge prende nuovamente vita e si sorride copiosamente; tre canzoni che innalzano da sole l'intero valore del disco, perchè il meglio va lasciato in fondo. La produzione è meno grezza, più pulita e ogni strumento si riesce a sentire alla perfezione senza mai andare a risultare di plastica; con la volontà odierna del gruppo, con il puro intendo di voler conquistare platee e i palchi, una sorta di arrotondamento era più che prevedibile, ma non è questo il male che ristagna a fondo.

DULCIS IN FUNDO

Qualche giorno fa insieme ad un amico abbiamo preso tutti i cd dei Mastodon, messi in fila e creato una ipotetica scala di valori; indubbiamente “Carck the Skye”, “Leviathan” e “Blood Mountain”, in base ai gusti personali, erano nella top three, inavvicinabili al giorno d'oggi poiché contengono tutto quello che ci ha fatto innamorare dei Mastodon agli albori. “The Hunter” e “OMRTS” stavano dietro di molto, dopo una leggera caduta di creatività e genialità, in ultima posizione ovviamente “Remission”, non perchè non sia valido ma per la sua acerba insicurezza. Prendendo atto di questo “Emperor of Sand” sta in penultima posizione, o poco sopra “OMRTS” e leggermente dietro “The Hunter”. In fin dei conti un disco che non porta nulla a livello globale e farà parlare più per il nome in copertina che per i reali meriti musicali. Questa affermazione è scritta a malincuore da fan di vecchia data, ma la verità sta in poco posto: tra qualche mese, quando lo tsunami sarà finito, nessuno si ascolterà ancora back-to-back questo album. Indefinibili e a tratti inconcludenti purtroppo oggi i Mastodon sono una realtà che deve esserci, quali eredi dei grandi classici gruppi, ma i capolavori di un tempo sono echi lontani; affrontiamo alla realtà dei fatti dove un disco con 3 canzoni splendide, 4 semi inconcludenti e 4 easy-listening non riescono a forgiarti un capolavoro aspettato da tempo, pur basato su un concept così forte e denso di metafore. Michelangelo era un genio anche a 77 anni, non tutti però fan di cognome Buonarroti, un conto è l'idea un conto è l'ideale, ossequi.

 
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