Recensione: End of Chapter

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Post metal, avant-garde, o meglio ancora, black metal con tanta personalità. Questo, così di primo acchito è il pensiero che scaturisce all’istrionico primo full-length dei lituani Au-Dessus.

Un Ep nel 2015, oggi un album vero e proprio in cui gli artisti ci  trasmettono angoscia ma anche tanta poesia. La produzione mette l’accento sulla sofisticatezza della band, ambientazioni che ci rammentano i Deathspell Omega, con l’aggiunta di ritmiche e cadenze che sforano ad un concetto assai epico di nera fiamma. 

End of Chapter” è la continuazione del loro precedente ep, tanto che anche la numerazione dei brani, rigorosamente in simboli romani, prosegue dal VI, visto i cinque episodi antecedenti. Vibrante uso di chitarre, melodie che ci mostrano un cielo silenzioso in lontananza, lampi fiammeggianti che tuonano in noi, come muto dolore che si ripresenta in gesti o immagini. Istanti più cupi e laceranti di voce, che oseremmo dire quasi sludge nei toni, si incastonano in armonie e divagazioni strumentali assai profonde. 

Il moto interiore in cui ci sentiamo impantanati viene poi soffiato via lontano dalla dinamicità delle ritmiche e delle chitarre, mostrandoci continui cambi di tempo ed aperture di indubbia qualità e dalle sfumature norvegesi. I brani si susseguono coinvolgenti, senza mai avere quel picco di emotività che riesce a far breccia nel cuore, ma lo stesso rapendo la nostra attenzione. C’è un non so che di ridondante nel disco, ripetizioni che ci lasciano a volte un po’ l’amaro in bocca, visto che taluni sviluppi, soprattutto delle voci, suonando un po’ prevedibili. L’accento sull’aspetto più slabbrato e, come dicevamo poc’anzi, sludge, risulta poi stancare un po’, come se si esagerasse nel sottolineare questo stato di costernazione che finisce con l’affogare di ricercatezza la spontaneità degli artisti.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
70