Recensione: Endemic Divine

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Se c'è una band che, fra le tante anzi tantissime, può essere indicata come esempio del polish death metal, questa non può che chiamarsi Deivos.

Ovviamente la Polonia ha sfornato realtà ben più consistenti, come notorietà, si vedano Vader e Behemoth, tuttavia se il focus deve essere il sound e, in particolare, la sua natura spogliata da ogni artificio che non sia un dettame tipologico, il rimando al combo di Lublino diventa quasi obbligato. Un po' come il metro-campione o il peso-campione. Un punto di riferimento, cioè, al di sopra di tutto e tutti.

A tal proposito, gli elementi da tenere in debita considerazione per definire correttamente il polish death metal e che, quindi, si trovano rapidamente nei Deivos, sono almeno tre.

Innanzitutto la tecnica. Mai sufficiente bensì eccellente. Tant'è che lo stile corretto, parlando in generale, che regge "Endemic Divine" - quinto full-length in carriera dei Nostri -, è il technical death metal. Angelfuck, il vocalist, ha un growling stentoreo assolutamente neutro, se così si può dire. Talmente neutro e privo di alcuna esagerazione (inhale, ecc.) che non riesce così difficile riconoscere le singole parole. Un po' come il buon Piotr Paweł "Peter" Wiwczare. Le chitarre di Tomasz Kołcon e Jakub "Diego" Tokaj macinano tonnellate di riff l'uno più complicato dell'altro. Eseguiti con precisione maniacale. Chirurgica. Accompagnate dal continuo, incessante rombo del basso di Kamil che, in quanto a scale, ne fabbrica di tutti i tipi e generi. Chiude degnamente la quadra il tentacolare drummer Krzysztof Saran, i cui pattern non sono mai uguali a se stessi per più di un secondo o al massimo due.

Poi, il tono secco e asciutto di un suono perfettamente intelligibile anche dai profani, talmente ordinato e pulito. Nessuna sbavatura, nessun calo di tensione, nessuna indecisione. Niente. Sintomo, anche, di massima accuratezza e professionalità durante le operazioni di missaggio e masterizzazione.

Quindi, l'assoluta mancanza di melodia. "Endemic Divine", per ciò, è un osso duro, durissimo, da rodere. L'estrema ramificazione degli accordi portanti ('Apeiron') e, appunto, l'assenza di qualsiasi elemento atto a ingentilire un sound denso e massiccio come il granito, rendono assai ostica l'assimilazione dell'album, posto che si riesca nell'impresa e non si evada nel frattempo verso lidi più pianeggianti.

Tutto ciò, che rappresenta un patrimonio tecnico-artistico d'inestimabile valore, poiché riconducibile a una vera e propria scuola di pensiero, per l'appunto il polish death metal, mostra invero un po' la corda, a lungo andare. Forse il rigore del clima del Paese baltico si manifesta anche nel mood, giacché i Deivos paiono essere più delle macchine che degli uomini. Quasi che il fattore emotivo non abbia alcun valore, o sia messo appositamente in secondo piano.

Per questo, "Endemic Divine", seppur inattaccabile dal punto di vista tecnico, appare un po' troppo statico e ripetitivo, se osservato con un occhio di riguardo al feeling che esso restituisce. O, meglio, non restituisce.

Freddo, freddo e ancora freddo. Esageratamente, freddo.

Daniele "dani66" D'Adamo

 
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