Recensione: Enkar

Di Giuseppe Casafina - 25 Giugno 2017 - 14:13
Enkar
Band: Al-Namrood
Etichetta:
Genere: Black 
Anno: 2017
Nazione:
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80

La cosa più ovvia delle attuali generazioni metalliche, oltre che musicali (o presunte tali) in genere, è che il vero significato del termine ‘coraggio’ è effettivamente andato perso. Soprattutto nel ‘Bel’ Paese, abbiamo generazioni di acidi reazionari da panchina, il cui unico gesto di ribellione è scrivere quanto cavolo faccia schifo il loro Paese da un personal computer o dispositivo portatile. Ma questo mica è un sito di politica, siamo su TrueMetal.it e quella che leggete in questo momento è una recensione!

Ma in tal caso una introduzione del genere ci sta tutta perché, quando pensi a tali ‘ribelli’ e ti trovi poi al cospetto di un disco del genere, qualche dubbio in testa prima o poi ti sale, in quanto pensi che molti, oggi, qui nella nostra libera e benestante società occidentale, blaterano di ribellione come se fosse un dramma calcistico oppure la ricetta della pastasciutta, mentre gli Al-Namrood, direttamente dalla durissima realtà dittatoriale dell’Arabia Saudita, son costretti a girare sotto pseudonimi e con vite perennemente oscurate allo scopo di non venire risucchiati dal vortice dell’inquisizione religiosa, precisamente quel regime totalitario di stampo islamico che da millenni ormai perseguita la libertà del suo stesso popolo. Ma ai nostri eretici amici tutto questo non va e, dopo una notevole carriera all’insegna del Folk Black Metal atmosferico ora rischiano ancora di più, alzano la posta in gioco, schiaffando una bella A di anarchia nel logo e modificando radicalmente il suono, l’attitudine e la voglia di ridicolizzare pesantemente la realtà opprimente in cui essi stessi vivono.

Il risultato è “Enkar”, un disco ‘pesante’ nel vero senso del termine, focalizzato esclusivamente su argomenti oggi scomodi ed infarcito di una straniante ed assurda miscela di sonorità arabiche e punk/hardcore…o forse sarebbe meglio dire Thrash-Core, riferendosi alle sonorità di gente come D.R.I e S.O.D. ma, anche in questo caso, il paragone risulterebbe fuorviante. La formazione saudita vanta anche in questa veste una fortissima personalità: il miscuglio etnico perfettamente riuscito tra sonorità e strumentazioni tradizionali arabiche, velenosa attitudine black che come un serpente striscia tuttora in sottofondo e i continui rimandi a sonorità hardcore creano il passo successivo verso l’affermazione suprema del combo quale nome di rilievo all’interno della scena metal estrema del Medio Oriente. Tutto il disco è un’autentica mazzata tra capo e collo sin dall’iniziale ‘Nabth’, di cui è stato girato anche un video, infarcito fino al midollo di protesta anti-Isis, giudicate voi!

Sin da questo primi brano appare evidente come la voce del singer Humbaba sia qualcosa di assolutamente fuori dalle righe, qui ormai non più dedito ai ben più semplici screaming di stampo black, quanto ad un cantato fortemente influenzato dagli standard arabici il che lo rende, sul serio e senza esagerare, una versione più blasfema ed incazzata di Serj Tankian dei System Of A Down! E se in tutto questo citare di punk ed hardcore, System Of A Down e strumentazioni arabiche, vi chiederete il perché di quella categorizzazione ‘Black’ lì in alto, la risposta è semplice: “Enkar” è un disco tuttora legato fortemente verso dei concetti di blasfemia e ribellione ancorati saldamente al caro e vecchio black metal (e basta vedere la inusualissima copertina per rendersi conto di dove tal disco voglia andare a parare), spingendo però l’acceleratore attraverso un death ‘hardcorizzato’ tanto elementare nei concetti quanto assassino nel coinvolgere l’ascoltatore. Ogni brano di questo coraggiosissimo album, sia dal punto di vista attitudinale che quello prettamente musicale (dalle accelerazioni spezzacolo ai mid-tempos pesanti come una tempesta di sabbia, senza dimenticare alcune pause strumentali da pelle d’oca), è un mix perfettamente riuscito di tradizionali scale arabiche, rabbia graffiante e sarcasmo irritante e blasfemo…o almeno così credo, date le vocals in arabo…ma, considerando i preliminari, dubito fortemente che il buon singer stia elogiando la propria mancanza di libertà, non credete anche voi? Enkar” ha dalla sua parte una fortissima energia, una produzione a suo modo potentissima (a metà tra il grezzo ed il rifinito) ed un alone di ‘tamarragine’ (voluta) perfettamente funzionale al messaggio anticonvenzionale che l’ensemble arabico vuole trasmettere. Un disco che fa paura, sul serio, per intenzioni ed impatto e che, sebbene non sia perfetto, alla fine perdoni tutto, anche quella ripetitività di fondo dell’ensemble di voler insistere sempre sulle medesime scale e sulle medesime ritmiche, caratteristica che ai primi ascolti rischia di spezzare l’ascolto del tutto in due sessioni singole: qui conta il messaggio, in tal caso focalizzato sul concetto di negazione (concetto portante di tutti i brani del disco), tra citazioni anti-regime e continue denunce all’informazione manipolata, la voglia di spezzare le catene che è da sempre chiave portante del punk e soprattutto del metal stesso.

Un disco inimitabile, creato da gente con intenti nobili che incorpora in sé elementi completamente differenti e che, per tale ragione, non riusciresti mai a categorizzare in una singola etichetta musicale, in quanto “Enkar” è frutto degli Al-Namrood e basta. E tutto ciò che ho scritto finora me lo fa precipitare con orgoglio direttamente nella lista dei top album dell’anno, poco ma sicuro…pertanto, se per tali ragioni alzerò il voto finale di ben 5 punti non credo che se ne lamenterà nessuno!

Forza ragazzi, lottate per la vostra libertà!

Siete gli eroi del vostro tempo.

 

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