Recensione: Escape from Paradise

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Sono passati tre anni da quando i Negacy hanno dato alle stampe il loro debut album “Flames of Black Fire”; un periodo intenso, in cui la formazione di origine sarda ha spostato il proprio quartier generale a Londra. Un trasferimento che ha portato qualche cambiamento importante in seno alla band, che si presenta nel 2018 con una formazione rinnovata. Due membri storici, il cantante Marco Piu e il bassista Tony Rassu, non fanno più parte della saga griffata Negacy e, al loro posto, sono entrati rispettivamente in line-up Lionel Silva e Adrian Serrano. Ma le novità non finiscono qui. Il quintetto può oggi vantare un contratto discografico con la prestigiosa Massacre Records, con cui i Negacy danno alle stampe la nuova fatica “Escape from Paradise”, disco che ci troviamo a curare in queste righe. Un lavoro atteso da molti, vista la qualità espressa dall’illustre predecessore, e su cui più di qualcuno si è trovato pronto a scommettere, sicuro che i Negacy rappresenteranno uno dei nomi forti usciti dal territorio italiano in un futuro non troppo lontano.

 

Iniziando ad addentrarci in “Escape from Paradise”, scopriamo che, vista l’impossibilità del batterista Claudio Sechi di entrare in studio nel periodo prestabilito, i Negacy hanno deciso di andare ugualmente avanti con le registrazioni, avvalendosi dell’aiuto di un vecchio amico, un certo Raphael Saini, un nome che non ha certo bisogno di presentazioni e che ha permesso di mantenere il tasso tecnico della band su livelli elevatissimi. Concentrandoci sul lato prettamente musicale, una delle prime cose a balzare all’attenzione durante gli ascolti dell’album è l’evoluzione attuata dai Negacy. Partendo dall’heavy fortemente influenzato dai Nevermore di “Flames of Black Fire”, i Nostri decidono di puntare maggiormente sulla melodia, rendendo le trame più “accessibili”. Le composizioni continuano a essere caratterizzate da partiture articolate, d’altronde, come dicevamo, il tasso tecnico della band non si discute, ma la decisione di dare maggior spazio alla melodia e alla musicalità dei pezzi rende facilmente assimilabili anche i passaggi più intricati, che si sveleranno tali dopo ripetuti ascolti. Giusto per tranquillizzare i fan, lo ribadiamo, la base di partenza era un heavy fortemente influenzato dai Nevermore e quando parliamo di maggiore melodia e musicalità, ciò non sta a significare una rivoluzione nel sound dei Negacy, esprime solo una maggiore cura nelle composizioni. Anche in questa nuova fatica, quindi, il quintetto sfoggia un sound cupo e oscuro ma, allo stesso tempo, più melodico e violento rispetto al precedente album, divenendo espressione di quello che può essere definito modern dark metal. “Escape from Paradise” si erge attorno al maniacale lavoro delle chitarre del duo Giribaldi-Corazza, che sciorinano riff, aperture melodiche e assoli con una disinvoltura disarmante. Rispetto a “Flames of Black Fire”, dove l’influenza di Loomis era evidente, i due, pur rimanendo fedeli al filone shred, dimostrano di aver raggiunto una maggiore personalità compositiva, sfoggiando un guitawork curato in ogni dettaglio, valorizzato da una sezione ritmica martellante, pronta a creare groove, a porre i giusti accenti e a randellare quando serve.

 

Ma, se come detto in precedenza, “Escape from Paradise” svela la propria complessità un po’ alla volta, ascolto dopo ascolto affiorano anche alcuni elementi che vanno però a inficiare il fascino del disco. Si parte con la scelta dei suoni, dove, in alcuni frangenti, voce e batteria sovrastano l’operato delle chitarre, facendoci perdere parte della loro bellezza. L’aspetto più rilevante, però, sta proprio nella voce del nuovo cantante Lionel Silva. La sua prestazione è tecnicamente ineccepibile, dotato di una timbrica potente e graffiante, come richiesto dal genere. Il singer dei Negacy non riesce però a interpretare con la giusta teatralità le liriche, con il risultato di appiattire l’impatto emotivo delle canzoni. Le sue linee vocali risultano un po’ simili l’una all’altra, tutte in voce piena e con partiture che tendono a ripetersi. Elemento che viene evidenziato dalla durata del disco: cinquantasei minuti abbondanti. Una decina di minuti in meno avrebbero forse reso meno “vistoso” questo aspetto.

 

Escape from Paradise” si rivela quindi un disco dotato di grande potenzialità, viste le qualità tecniche e compositive espresse dai Negacy, ma a cui viene meno quella componente emotiva, capace di rendere “vive” le composizioni, che detta la differenza tra un buon disco e un album in grado di durare nel corso degli anni, garantendosi longevità agli ascolti. Severi? Forse, ma dai più bravi ci si aspetta sempre tanto e anche una piccola sbavatura tende a venire “bacchettata”. Come dicevamo, questi sono stati anni intensi per i Negacy, tanti cambiamenti sono avvenuti e, sebbene in sede live l’attuale formazione sembra aver trovato il giusto amalgama, molto probabilmente nelle fasi di composizione e registrazione il meccanismo deve essere ancora un po’ oliato, in modo da permettere a ogni singolo componente di esprimersi ai massimi livelli. “Escape from Paradise” rimane comunque un buon disco, ma dai Negacy ci aspettiamo di più.

 

Marco Donè

 
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