Recensione: Everchild

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Swanlike, Existence, Grave Human Genuine, Orange e ora, dopo cinque anni di silenzio, il freschissimo Everchild. Ogni appuntamento coi tedeschi Dark Suns comporta sempre l’essere coinvolti nel grande prog: quello non abbastanza stucchevole per poter piacere alle attuali masse, quello non dalla commozione facile o dalla melodia lacrimevole che tanto oggi va di moda e quello che riesce sempre a dire la sua grazie ad una band che non si è mai svenduta a facili costumi ma ha sempre proseguito un percorso artistico coerente, quadrato e dall’importante valore artistico. Perfino Orange, cavalcante l’onda settantiana esplosa qualche anno fa come un virus, riuscì a distinguersi dal marasma con un livello decisamente alto e certamente più credibile rispetto a pacchiane operazioni imbastite da act molto più blasonati. Finita la sbornia modello Woodstock, oggi il prog che va per la maggiore è il wilsoniano ; chiamatela pure svolta emo, se più vi aggrada, fatto sta che il concetto di progressione di base del genere si è perso in favore delle lagne più disparate e del piagnisteo quasi compulsivo. Augurandoci che il tutto duri un solamente un disco come l’assurdo ritorno agli anni ’70, collochiamo questa nuova fatica dei tedeschi in mezzo a questo calderone, ma con un cospicuo numero di però. L’unico peccato dei recenti Dark Suns è appunto quello di cavalcare l’onda: del vintage prima, dell’emo poi, e i difetti per fortuna finiscono qua. Everchild è un disco complesso, lunghissimo, delicato ma allo stesso tempo indigesto se non lo si ascolta nel modo e con l’umore a lui più adatto. L’album è prog a tutti gli effetti, con pochissimi distorti e praticamente nessun richiamo a sonorità più metalliche e potenti. Qui si punta sull’infanzia, sulla condizione di eterna infanzia e lo si fa coi toni ad essa più congeniali.

 

L’apertura dell’opera, affidata a The Only Young One Left, risulta anche fuorviante grazie ad un hard rock che risulterà praticamente un caso isolato per poi lasciare il posto a momenti più morbidi ma non meno memorabili. Il brano è grandioso e la tromba di Govinda Abbott ne è il vero e proprio valore aggiunto; in fase di ritornello il sound si ammorbidisce e iniziano gli innumerevoli richiami al sound forgiato da Steven Wilson. L’alternarsi sporco-onirico funziona a meraviglia ed è piacevolissimo. Spiders cambia totalmente le carte in tavola offrendo momenti jazzati e rimandanti a qualche decennio fa con l’arrivo degli strumenti a fiato; il ritornello puramente rock è facilmente assimilabile e la forma canzone è mantenuta in maniera pressoché classica. E’ però la seguente Escape With The Sun a sbalzare gli stati d’animo rivelandosi un brano decisamente notevole e dall’ottima atmosfera. Monsters torna al jazzato e la voce di Niko culla l’ascoltatore riuscendo sempre ad emozionare, in particolar modo quando viene rafforzata da quella di Lena Hatebur e il brano raggiunge la sua apoteosi.  Codes torna al distorto e il cantato rimanda direttamente al neo prog degli Iq; il tutto si rivela ben presto uno dei pezzi migliori dell’album sia per costruzione che per resa sonora in generale, davvero notevole. The Fountain Garden è un lentaccio a questo punto necessario e che fa da giusto ponte con la seguente Unfinished People, nella quale ancora una volta i Dark Suns riescono a raggiungere vette molto alte, questa volta con un certosino uso di elettronica ed effetti vari, provare per credere!

 

La titletrack è un po’ il sunto delle tematiche proposte nell’album e addirittura va anche a scomodare il modo di suonare dei Tool in svariati momenti. Everchild è un disco che durante i primi ascolti potrebbe anche risultare soporifero, ma va detto che la sua grandezza sta nei dettagli e nella voglia di scoprirlo piano piano, a piccole dosi; ci vuole molto tempo per assimilarlo e per coglierne ogni singola sfumatura, è un disco che arriva tardi, ma quando arriva non ti lascia più. Con Torn Wings ci avviciniamo alla fine del viaggio e percorriamo la strada assieme a quello che è a tutti gli effetti il più alto picco emotivo offerto dall’album. Basti ascoltare le linee vocali, in particolar modo il ritornello, per essere catapultati nell’età dell’innocenza e a tutto ciò che le ruota attorno, nostri ricordi compresi. Il lavoro di pianoforte è magistrale e l’atmosfera resa è tra le migliori ascoltate negli ultimi mesi. A concludere il tutto sono gli oltre dieci minuti di Morning Rain, che risulta sì piacevole ma non ai livelli di eccellenza delle composizioni proposte in precedenza; ci sta, e non ne facciamo di certo un dramma.

 

La prima pressata di Everchild viene servita in doppio digipack, e il secondo disco offre il solo brano Yes, Anastasia, cover di Tori Amos che è posta come interessante contrappunto al tema principale proposto dall’album.

 

Traendo le somme, il quinto album dei Dark Suns è molto buono e ha parecchie frecce al proprio arco; non è ovviamente un capolavoro ma neanche semplicemente discreto. E’ un album prolisso, a tratti ermetico, difficile e in totale controtendenza con le facilonerie moderne. Chi conosce la band tedesca e la segue da sempre di certo sa che l’essere facili non è mai stato un loro trademark e non avrà alcun problema con questo Everchild; I Dark Suns stanno si seguendo le mode ma, invece di specularci su sbrodolando, complicano le cose andando sempre a parare dove vogliono loro, e questo è decisamente apprezzabile. Come la maggior parte dei casi però, il seguire barbinamente un trend copiando e basta può essere capito e anche portare al successo; il seguire un trend cercando di renderlo personale assolutamente no, a noi però i Dark Suns piacciono così.

 
80