Recensione: Everlasting

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A volte può venir voglia di staccare un po’ la spina. Quando si ascoltano principalmente band che, per proposta musicale, si possono considerare “impegnative”, arriva ogni tanto il momento in cui si sente il bisogno di scrivere di qualcosa più “easy”. Qualcosa che non richieda, insomma, tanto tempo per assimilarne sfumature nascoste o concetti che si rendono chiari solo dopo svariati ascolti.
Eccoci, dunque, a parlare dei Charm Designer.
Si tratta di una band proveniente dalla Colombia, la cui musica rappresenta un epigono di band gothic storiche e non, quali, ad esempio, Eternal Tears of Sorrow, Theatre of Tragedy, Beseech e Paradise Lost.

Certo, se si cerca l’originalità in senso assoluto, allora conviene cercare altrove e non è detto che ci voglia poco, prima che si trovi qualcosa di veramente valido. Purtroppo questa è la situazione attuale di un genere talmente tanto inflazionato e votato ad un lirismo perlopiù ormai scontato, affogato da sirene e growl non troppo “cattivi”, da barocchismi sonori e romanticismi di più o meno valida risma.

C’è però una via di mezzo.
Si può onestamente suonare un genere per molti versi “abusato” e metterci del proprio, cercando di arricchire e migliorare la proposta, anche senza dover essere dei geni di talento. In questo, i Charm Designer riescono certamente nel loro intento, avvalendosi pure, c’è da sottolinearlo, della collaborazione di Waldemar Sorychta. Il produttore è uno che sa perfettamente il fatto suo, avendo lavorato con band del calibro di Moonspell, Tiamat, Lacuna Coil, Tristania, Therion, Borknagar ecc. ecc.
I presupposti, quindi, sembrano promettenti.
E in effetti, brani come “Inertial Drain” o “The Replicant” sono ben scritti, elegantemente suonati e facilmente assimilabili. Riescono bene a proiettare nell’universo Charm Designer che, dai numerosi ascolti che personalmente ho dato, non è mai troppo accidentato o che possa dirsi dedicato a voli pindarici. Forse quel che è il punto debole di questa band (altrimenti validissima, ribadiamolo) è un certo manierismo di genere che, però, si potrebbe pure dare per scontato e godersi l’ascolto senza troppi patemi d’animo.
Simili concetti potranno essere giudicati dai più come semplici congetture, si parla, in fondo, di considerazioni che hanno molto del personale e del soggettivo. Eppure sono proprio situazioni simili che portano ad ascoltare più e più volte un disco come “Everlasting”, ad affezionarcisi, ma non ad amarlo.
Ascoltando, ad esempio “Never After”, non si può che apprezzarla e farla girare due o tre volte nel lettore. Al contempo, però, si diviene consapevoli del fatto che una canzone simile la si è già sentita, la si è già assimilata. Tornano in mente i Paradise Lost del periodo “Symbol of Life”, o, all’inizio del brano, i Tristania, o andando avanti, qualche altra band gothic che negli anni è capitato di ascoltare più e più volte. Gruppi che hanno fatto la storia del genere e che si è finiti per amare.
D’altro canto, la mancanza di una vera e genuina cattiveria, a lungo andare, una canzone dopo l’altra, si fa sentire.
C’è una canzone in particolare, “Disruption”, che rappresenta, forse, il punto più vicino al doom, ascoltandola, infatti, vengono subito in mente i Draconian. Il growl di Andrés, però, pur essendo ben catarroso, sembra essere studiato per risultare non troppo aggressivo, quasi più un contorno alla canzone stessa, il pezzo, infatti, predilige il cantato pulito e corale (cosa che, nel contesto specifico, secondo me è uno sbaglio perché lo snatura).

Forse sono io a pormi in maniera sbagliata rispetto ad “Everlasting”?
Dovrei anche io non farmi i patemi di cui sopra, ed ascoltarlo mettendo da parte tutto il mio bagaglio esperienziale, con orecchie vergini, per godermelo appieno?
Il problema è che in questa maniera dovrei cancellare dalla mia memoria tutti i dischi che ho ascoltato, a partire da “Icon” dei Paradise Lost fino ad oggi!
Purtroppo non ritengo possibile farlo.
Dunque: concettualmente direi che questo disco è abbastanza lontano dai miei attuali gusti. Avendo però amato, e molto, tante band che suonano (o suonavano) lo stesso genere, non posso che apprezzarne le diverse sfaccettature e lo sforzo profuso dalla band per comporlo, perché non è opera da tutti.
Si può, infatti, criticare l’approccio, forse da alcuni giudicabile come troppo leggero. Basti pensare che a chiusura della scaletta si è scelto di suonare una cover, ovvero “Policy of Truth” dei Depeche Mode, su cui preferirei non esprimere un giudizio.
Invece è evidente e fuor di dubbio il valore intrinseco delle canzoni, composte con sentimento e senza che si possa pensare ad un riempitivo. La loro qualità è indubbiamente eccellente e chi le ascolterà saprà apprezzarle. In fondo si tratta pur sempre di un debut album.
Insomma, bravi. Non mi meraviglierei se prima o poi li si vedesse di spalla a qualche band di grido del genere gothic. Tuttavia, in futuro sarà necessario un impegno maggiore se vorranno anche solo distinguersi da tutti quei gruppi citati in apertura o arrivare addirittura a definire un proprio stile personale.

 

 
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