Recensione: Evermore

Di Eric Nicodemo - 23 Luglio 2013 - 17:12
Evermore
Band: Lost Weekend
Etichetta:
Genere: AOR 
Anno: 2013
Nazione:
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73

“Evermore”: un titolo interlocutorio, una parola che suona per i Lost Weekend come una promessa, la promessa di uscire dal circuito undergroud, di scrollarsi per sempre la nomea di “band di derivazione”.
Infatti, fortemente debitori del rock degli anni Settanta e Ottanta (UFO in primis), i Lost Weekend muovono i primi passi negli anni novanta, pubblicando lungo la loro carriera ottimi lavori di AOR quali “Presence Of Mind” e “Forever Moving On”, da dove traspaiono numerose similitudini con l’ala del British melodic rock (FM, Terraplane, Strangeways, etc).  
Questa volta la band capitanata da Paul Uttley (voce) e David Thompson (chitarra) si avvale del tastierista Irving Parrat, sessionman con cui il gruppo aveva collaborato durante il progetto Spirit Of Man (album solista di Bob “Magnum” Catley).
Le premesse di ottenere un risultato eclatante sembrano confermate dalla chitarra emozionale di “Reach For The Sky”, esaltata da eleganti keyboards che ricreano un loop musicale coinvolgente: Paul Uttley è abile nel districarsi tra inframezzi tastieristici, schegge di melodia che si agganciano agli assoli rampanti di Thompson.  

Le tastiere ribadiscono un ruolo di preminenza anche nel secondo “slot” della tracklist, “Love Will Find You”, che ci riporta alle atmosfere magiche dell’hard melodico Eighties (Grand Prix): l’arioso pattern delle keyboards non è comunque ingombrante e i Lost Weekend non dimenticano la sei corde, proponendoci un sapiente bilanciamento nelle parti strumentali. La performance del frontman è memore del passato, ricordando singers quali Phil Mogg e affini (vd. Reuben Archer degli Stampede); infatti, il ritornello rievoca la storica band londinese ma il cuore della song batte nel combo delle chitarre poste in chiusura del brano.
Melodia ancora in primo piano nelle tastiere di “Be Who You Wanna Be”, seguite dal guitar work vigoroso, spezzato dai midtempos rallentati, giocati su lead vox e cori lievi e sfumati; il ritornello nasce dall’intarsio azzeccato delle tastiere che incorniciano il vocal declamante il titolo.
“Got To Make It Through” accoglie l’ascoltatore con un’atmosfera misteriosa, carica di tensione ribadita dalla voce (resa più accorata) di Uttley e da una chitarra distorta su tonalità basse, non altisonanti ma veementi. Il pattern che ne deriva è incedente, di estrazione heavy rock, che lascia spazio al dualismo ritmico, modellato sull’“alterco” tra sessioni lente e sessioni più lanciate e frenetiche.

L’intro acustico di “Angel Sublime” è un inserto pregevole grazie anche all’espediente delle voci intrecciate che aumentono l’impatto emotivo della song, riportandoci nell’anima più poetica dell’AOR, strizzando l’occhio ad opere del passato come Stan Bush And Barrage.
Ritorna lo stile melodic rock alla Bush-UFO nelle ritmiche dell’acustica “Perfect Day” ma il ritornello non è indimenticabile (eccessivamente insistita la voce, quasi sofferente), sebbene la chitarra migliora l’impatto generale, soprattutto con eleganti vibrati di chiusura e con gli immancabili giri armonici che arricchiscono il platter (peccato per alcune interessanti escursioni poste in chiusura, stroncate troppo presto come succedeva anche in certi dischi del passato…). “The Real World” è una fuga che propone stacchi chitarristici inseriti tra un ritornello e l’altro, consegnandoci un brano sufficientemente accattivante ma inferiore all’opener.

“Living For Tomorrow” si concede divagazioni prog pomp attualizzandole con un vibrato “orientaleggiante”, variando i tempi di esecuzione per conferire maggiore varietà al brano, una forza creativa in parte frenata solo da un chorus radiofonico di buon impatto ma non esplosivo.
“Falling By The Wayside” ricopre il ruolo di mainstream ballad, che ci riporta ad atmosfere intimiste grazie alla chitarra acustica in coesione con le tastiere soffuse, mentre il vocal sorregge la parte strumentale, senza sorprese di sorta.
“Do You Remember” riprende la carica dei brani più concitati ma non riesce a migliorare il risultato, attenendosi su buoni livelli, merito soprattutto di una guitar session di valore.
Arrivati alla fine si avverte un certa stanchezza: “Evermore” (la title track) conferma questa sensazione, non riuscendo a calare l’asso decisivo per convincere l’ascoltare più smaliziato, rimanendo così un buon esempio di melodia e gusto, senza, però, brillare di assoluta originalità.
Chiude lo stomp grintoso di “Ain’t No Friend Of Mine” che risolleva in parte le sorti, la cui forza (e punto debole) è racchiusa in un ritornello che ripesca a piene mani dalla tradizione.

L’ultima fatica dei Lost Weekend risulta, in definitiva, un album godibile che presenta gli highlights nei brani iniziali ma perde l’impatto sulla lunga distanza, pur rimanendo nel complesso un’ottima prova da cui traspare la passione e il tecnicismo della band. Insomma, nulla di sorprendente per quelli che hanno ascoltato già “Presence Of Mind” o/e “Fear And Innocence” ma potrebbe essere un ottimo inizio per i neofiti che vogliono avvicinarsi a sonorità del panorama AOR- melodic rock prima di tuffarsi nei classici del lontano o recente passato.    

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