Recensione: Every Dog Has It's Day

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L’Australia ha intensamente contribuito all’evoluzione della musica Rock sfornando, fin dagli anni ’70, alcuni tra i gruppi che hanno ottenuto una fama mondiale. Primi fra tutti, inutile dirlo, sono stati i gloriosi AC/DC, in auge dal 1973, ma molte altre band hanno raggiunto il successo al di fuori della propria nazione quali, ad esempio, i Rose Tattoo ed i Taramis. Anche il Thrash Metal ha contagiato il Paese, dando vita fin dagli inizi ad un buon movimento interno dal quale sono emersi, nella seconda metà degli anni ’80, gli Hobbs’ Angel of Death ed i Mortal Sin, entrambi in attività ancora oggi.

Questi ultimi, nati nel 1985 a Sydney, si imposero con prepotenza al mondo nel 1988 con l’album “Mayhemic Destruction”, considerato ancor oggi una pietra miliare del Thrash per via delle composizioni molto tecniche e veloci, sì di chiara tendenza bay area, ma comunque molto originali e molto ben eseguite. Nel 1989 fu pubblicato il secondo album “Face of Despair”, sulla scia del primo ma non d’altrettanto impatto a causa di un calo compositivo evidente in diversi brani che lo rese un po’ scontato. Iniziarono gli anni ’90: il nascituro Grunge e l’Alternative Metal avevano sempre di più l’attenzione del pubblico per via delle novità che presentavano, mentre la prua del Thrash Metal cominciava pericolosamente ad inclinarsi verso il basso.

Molti gruppi estremi si avvidero della cosa ed il movimento si spaccò in due: ci fu chi provò ad adattarsi ai nuovi tempi cercando sonorità più cadenzate e groove, come la maggior parte dei fans chiedevano, e ci fu chi, imperterrito, continuò per la propria strada.  Quanto stava accadendo fu evidente fin dal 1991: i Metallica pubblicarono “Metallica”, conosciuto anche come “The Black Album” mentre Ozzy Osbourne dette alle stampe “No More Tears”, album entrambi di alto livello ma dai contenuti più smorzati e commerciali rispetto ai precedenti lavori. Tra gli irriducibili ci furono gli Overkill che pubblicarono “Horrorscope”, gli Slayer che, per confermare il loro passato, misero in commercio il live “Decade of Aggression”, gli incontaminabili Death che fecero uscire “Human” ed i Sepultura che divulgarono “Arise”. Anche i Metal Church non rinunciarono alla propria identità con “The Human Factor” e l’Italia mantenne la rotta del Metal con l’ottimo “Heavy Demons” dei Death SS

Nel 1991 i Mortal Sin pubblicarono il loro terzo album “Every Dog Has it’s Day” presentando una formazione per quattro quinti nuova, con il bassista Andy Aftichiou unico superstite dei membri originali. Con i nuovi componenti il sound cambiò radicalmente direzione, allontanandosi drasticamente dal Thrash Metal, dimostrando che il combo era anch’esso alla caccia di nuove sonorità più moderate. Prova ne è la scelta del Singer Steve Sly, bravo ma non adatto al genere estremo e con un’estensione vocale limitata soprattutto nelle parti acute, che sono più che altro urla un po’ fastidiose all’ascolto; manca poi della capacità interpretativa del primo leader Mat Maurer che, con la propria voce, sapeva dare ai Mortal Sin un fattore di unicità. Anche il nuovo batterista Nash Hall è abile, ma batte le pelli in modo più classico rispetto al predecessore Wayne Campbell, che usava molto la doppia cassa per dare più potenza possibile ad ogni brano. Le nuove asce, Tom e Dave, mantengono invece uno stile molto simile a quello dei precedenti chitarristi, sia nei riff molto tecnici che negli assoli.

Il risultato di questo nuovo ensemble è un album più volto all’Heavy Metal tradizionale che non al Thrash. Fin qui niente di male, soprattutto considerato il periodo storico; quello che però i nuovi Mortal Sin non sono riusciti a trasmettere con il loro terzo full-length sta proprio alla base dell’Heavy Metal: energia e spontaneità,  tutto sembra costruito a tavolino per essere sicuri di raggiungere lo scopo. Per carità, non è un disco da buttare. Nella realtà parte bene con una buon solo di chitarra sotto la pioggia che introduce l’opener “Inside Out”, brano molto trascinante. Anche le successive “Access Denied” e “Every Dog Has it’s Day” presentano una buona tessitura Metal, pur se lontane dalle sonorità Thrash alle quali il combo ci aveva abituato. Dal quarto brano in avanti l’LP cala però di energia ed i brani diventano ridondanti; bisogna ascoltare la nona traccia “Blackout” per ritrovare un po’ di potenza e originalità. Anche le successive “Price of  Peace” e “Rebellious Youth” fanno la loro bella figura.   Sono però troppi pochi i brani che emergono all’interno di un disco composto da dodici canzoni e della durata di quasi cinquantacinque minuti.

Per questo, anche se al suo interno non sono presenti veri e propri fillers, risulta troppo lungo rischiando di portare l’ascoltatore alla noia. A mio parere doveva essere più compatto, scartando qualche brano, tipo “From the Gutter to the Grave”, “Behind the Lies” o la conclusiva “Why?”. Anche l’utilizzo del monicker non fu, secondo me, una scelta azzeccata essendo di fatto un gruppo nuovo che con i Mortal Sin non aveva quasi più niente a che fare. Un così drastico cambio di direzione non fu preso bene, soprattutto dagli appassionati del Metal più estremo legati ai fasti di “Mayhemic Destruction”. Storicamente si trattò di un fallimento e non a caso il gruppo poco dopo si sciolse. Si riformò nel 1996 con buona parte della formazione originale ed oggi, grazie anche alla rinascita del Thrash Metal, è ancora in circolazione con all’attivo due buoni album che hanno ripreso il percorso iniziale: “An Absence of Faith” del 2007 e “Psychology of Death” del 2011.

Non ci resta che augurarsi che la loro carriera continui in tal senso.

Ultima curiosità: L’album fu distribuito dalla “Under One Flag” tranne che in Australia, dove fu stampato dalla Virgin Record con il nome “Rebellious Youth” e con una copertina variant con la caricatura di un metallaro incazzoso in pantaloncini corti e capellino che mostra il dito medio, in netto contrasto con lo stile tenebroso della cover originale. Dimostrazione che nel 1991 il combo stava cercando anche una nuova immagine, più in linea con i tempi.

Andrea Bacigalupo

 
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