Recensione: Exhaust

Di Daniele D'Adamo - 20 Giugno 2013 - 17:36
Exhaust
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Anno: 2013
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50

 

Produzione di Simon Hawemann, chitarrista dei War From A Harlots Mouth; artwork di Joshua Andrew Belanger (Suicide Silence, Heaven Shall Burn, War From A Harlots Mouth); James Mislow dei King Conquer e Matthew Jones dei Martyr Defiled come guest artists; condivisione dei palchi con i migliori act del panorama death mondiale quali Annotations Of An Autopsy, Grave, Pathology, Obituary e Thy Art Is Murder.

Tutto ciò basta, come background necessario ma soprattutto sufficiente per realizzare un buon album di deathcore?

Riferendo l’aggettivo ‘buono’ alla parte manifatturiera, la risposta non può che essere positiva. Malgrado gli Science Of Sleep siano nati solo tre anni fa e abbiano alle spalle null’altro che un EP (“Affliction”, 2011), “Exhaust” pare essere immune da qualsiasi pecca realizzativa. Il bagaglio tecnico che la band tedesca si porta in giro è infatti impressionante e conduce a un sound impeccabile sotto tutti i punti di vista. L’impatto sonoro, innanzitutto, è semplicemente mostruoso: dall’alto di un muraglione di suono avente dimensioni indefinite e durezza senza pari, Marcus Jasak e i suoi compagni d’avventura sciorinano un deathcore dai contenuti metodici elevatissimi. La differenza fra il loro sound e il miglior technical death metal è difatti impercettibile, dovendosi trovare in un taglio secco e aspro l’influenza *-core necessaria a definire lo stile natio. L’andamento all’unisono dei riff di chitarra e dei complicati ritmi dettati dal basso assieme alla batteria è una caratteristica tipica della foggia musicale impressa dai Nostri, sulla quale si aggregano gli altri due elementi fondamentali della ‘ricetta Science Of Sleep’ come il tremendo quanto enciclopedicamente perfetto inhale di Jasak e i dissonanti arzigogoli disegnati dai soli della coppia d’ascia Sven Weber / Nils Reuter.   
 
Analizzando l’aspetto prettamente artistico, invece, la situazione si ribalta, e pure clamorosamente. Tutto ciò che prima era un pregio, diviene un difetto. Come le linee vocali, si fa per dire, di Jasak; monocordi all’inverosimile, capaci di appiattire come un foglio di alluminio tutte le canzoni, impossibili da distinguersi l’una dall’altra in virtù, appunto, di un approccio vocale incapace di mutare al cambiare dei brani. Come se da “Exhaust” a “Auri Sacra Fames”, insomma, i trentotto minuti di musica appartenessero a un unico brano. Anche il possente lavoro delle chitarre, purtroppo, aggiunge noia su noia; proponendo un coacervo di dissonanze apparentemente senza filo logico che, alla lunga – ma nemmeno poi troppo – provocano una stanchezza micidiale lesiva dell’equilibrio psichico dei chi ascolta. Neppure la spettacolare ma glaciale sezione ritmica può svegliare da un torpore via via sempre più profondo, giacché vengono riproposti, spesso e volentieri, i famigerati breakdown che, se non supportati adeguatamente da un cuore caldo e pulsante, non possono fare altro che uniformare il sound del combo di Braunschweig a quello di tantissimi altri ensemble che bazzicano nel buio pardon nel genere.

Giusto per menzionare qualcosa, si possono salvare dal grigiore “7-30-7”, per via dell’ottimo mood tetro e oscuro, dark, che rimanda a visioni orrorifiche e sanguinolente, e “Bonesman”, flagellata da blast-beats fra i quali si possono cogliere delle interessanti disarmonie. Il resto è davvero di difficile discernimento, travolto dalla stessa abilità strumentale dei cinque ragazzi teutonici che, peraltro, non chiedono mai aiuto alla melodia per cercare di vivacizzare un trend assolutamente immutabile nella sua corsa dissennata verso il dimenticatoio.  

Prendendo “Exhaust” nel suo complesso, pertanto, la risposta alla domanda iniziale è un secco e pesantissimo «no». Gli Science Of Sleep sanno, eccome, come eseguire il deathcore senza il più piccolo neo ma anche, fatto decisivo, senza il minimo barlume di originalità, personalità ed espressione di talento compositivo.

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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