Recensione: Exhumed Alive

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Puoi conoscere la trama, puoi ricordarti le battute, puoi sapere come va a finire, ma rivedere un film horror, che hai già visto ed apprezzato, resta un gradevole passatempo. La pellicola in questione è, in realtà, il nuovo lavoro degli Aleph: un album composto da diverse tracce registrate dal vivo ed un solo brano in studio a cui spetta il compito di aprire il sipario di “Exhumed Alive”. Il pezzo in questione, intitolato ‘Chimera XXVII’, è una nuova versione di ‘Chimera’ presente già in “Seven Steps of Stone”, il terzo album della band bergamasca datato 2009. Nessun inedito dunque, ciononostante si può subito affermare che l’ascolto risulta alquanto godibile.

I nove minuti e mezzo del brano iniziale mettono subito in evidenza le capacità tecniche degli Aleph che mescolano sapientemente le acque scure e primordiali dalle quali, tanti anni fa, è emerso il metal più granitico. Sono palpabili le influenze che hanno forgiato la band: le atmosfere tipicamente horror sono intrise dal grezzo ed embrionale ritmo heavy dei Celtic Frost a cui si uniscono trame visionarie che brillano di prog. ‘Chimera XXVII’ è come sangue che scorre nelle vene, che percorre i sentieri del corpo e della mente a velocità alternate, senza mai disperdere la propria forza emotiva.

Le successive sette tracce racchiudono lo show registrato al Centrale Rock Pub di Erba (CO). Il concerto si apre con l’intro estrapolato dal film cult di Dario Argento “Profondo Rosso”: un dialogo inquietante è la formula migliore per introdurci ad uno spettacolo dai colori purpurei e dai suoni decisamente coinvolgenti. I Nostri, per chi non avesse mai assistito ad un loro concerto, dimostrano subito una notevole padronanza in ambito live che viene fiancheggiata da una buona registrazione, pulita ed equilibrata. La scaletta, come la composizione degli stessi brani, offre un’alternanza di ritmi trascinanti: partendo dalla vertiginosa caduta libera di ‘Nightmare Crescendo’, si attraversa la camaleontica ‘The Snakesong’ per poi atterrare sul ribollente magma di ‘The Fallen’. Il richiamo all’horror metal anni ottanta si materializza nell’interludio chiamato ‘Winterlude’ che, come uno spettro, svanisce lentamente lasciando alle successive ‘Smoke and Steel’ e ‘The Old Master’ il compito di chiudere lo spettacolo. I due brani in questione possiedono un’anima articolata ed, in certe circostanze, imprevedibile: accelerazioni, rallentamenti ed assoli di chitarra restano spesso impigliati in una ragnatela di suoni sinistri, avvolti da un clima teatralmente oscuro.

Nulla di nuovo dunque, nessun colpo di scena, nessun fremito improvviso, ma questo “Exhumed Alive” è un disco che sottolinea l’ottimo stato di grazia in cui si trovano gli Aleph, un lavoro che racchiude le migliori scene di un film da cui è difficile distogliere lo sguardo.

Restiamo in attesa di nuovi ed interessanti sviluppi.

 
70