Recensione: Existential Void Guardian

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Una copertina che sembra omaggiare i cattivi del cartone animato del Signore degli Anelli introduce l’ultimo nato in casa Conan, terzetto britannico che, a due anni di distanza da “Revengeance” pubblica il suo quarto studio–album: “Existential Void Guardian”. Per chi non li conoscesse, i nostri suonano un miscuglio fangoso e opprimente di doom e stoner, da loro stessi descritto con un memorabile Caveman Battle Doom. Gli elementi caratteristici della musica dei nostri prodi cimmeri d'albione sono sicuramente riff tempestosi e raglianti, una batteria secca, martellante e spietata, un basso che sembra intenzionato a strappare lo stomaco dell’ascoltatore a ogni giro e un’accoppiata di voci che si armonizzano tra loro in modo a dir poco lacerante, per incrementare ulteriormente la pesantezza complessiva dell’album con latrati pastosi e iracondi. Ciononostante, la fruibilità globale di questo quarto album risulta (incredibilmente) più immediata rispetto ai primi lavori dei nostri, ancor più limacciosi e asfissianti, grazie a una velocità media delle tracce leggermente più sostenuta e a brani dal minutaggio meno importante rispetto a ciò a cui i nostri ci avevano abituato. Messe da parte le sperimentazioni del precedente lavoro, inoltre, con “Existential Void Guardian” i Conan sembrano voler tornare ad un impatto diretto e immediato, seppur punteggiato da sporadici sconfinamenti in generi, per loro, relativamente inconsueti (si veda la terza traccia, “Paincantation”, e le sue scudisciate grind).

L’inizio è imponente: “Prosper on the Path” incede con l’inesorabilità rabbiosa e minatoria di un rinoceronte che si fa strada in un acquitrino, dispensando randellate furenti che si riverberano nel gioco di voci. Il cambio di passo arriva con l’ultimo terzo della canzone, scandendo un’accresciuta e rabbiosa determinazione che ci accompagna fino alla successiva “Eye to Eye to Eye”, introdotta da disturbi radio e un altro riff portante dal peso considerevole. Anche qui la resa è fangosa, ragliante e irata, per un’altra marcia inesorabile e sofferta in cui, però, si avverte un certo dinamismo. Il rallentamento della seconda metà spezza l’illusione, precipitando il finale in un abisso opprimente e nerissimo, senza speranza. Si arriva così alla già citata e per certi versi spiazzante “Paincantation” che, con i suoi cinquantacinque secondi di violentissime frustate, vola via dopo aver lasciato dietro di sé una scia di sorpresa e devastazioni, mentre con “Amidst the Infinite” si torna a tirare il freno a mano. La canzone è densa, appiccicosa, e avanza con passo poderoso, lento e scandito, sorreggendo un cantato sguaiato che fa di una certa insopportabile ripetitività il suo tratto distintivo e scivolando limacciosa per tutti i suoi sette minuti scarsi. “Volt Thrower” (con la V) inietta una certa dose di minaccia nell’amalgama del terzetto, donando al tutto la giusta dinamica robustezza quasi death prima di cedere il passo a “Vexxagon” e la sua avanzata di nuovo fangosa e disperata. Il cambio di tono nella seconda metà della canzone non fa che enfatizzare il suo potenziale opprimente, indulgendo in riff bassi e pastosi, concentrici, che vengono dispensati a ritmi sempre più ipnotici. Chiude l’album – o almeno i pezzi inediti – la possente “Eternal Silent Legend”, dall’incipit minaccioso e vagamente orrifico; l’ingresso in scena della voce, più fredda e distaccata del solito ma non priva di una certa sofferenza latente, intensifica il profumo di darkwave di cui la canzone è satura, riverberandola però attraverso il filtro paludoso dei nostri, mentre i ritmi scanditi concedono poco spazio alla speranza. Anche qui, il cambio di tono della seconda parte della traccia appesantisce ulteriormente il finale, martellando impietosamente ed ammantando la canzone di una coltre plumbea, piovosa, ma anche piuttosto enfatica, per congedarsi dal proprio pubblico con una nota relativamente meno opprimente.

Terminato ufficialmente l’album, i nostri decidono che non ne hanno avuto ancora abbastanza, e pertanto aggiungono, in coda agli inediti appena trattati, un quartetto di brani dal vivo andando a ripescare “Total Conquest” e “Foehammer” dal precedente “Blood Eagle”, “Hawk as Weapon” dal primo full lenght “Monnos” e addirittura un pezzo come “Satsumo” dal loro EP “Horseback Battlehammer”; lo scopo dei nostri – oltre ad incrementare il minutaggio di un album leggermente più stiracchiato dei suoi predecessori – presumo sia quello di dare ai nuovi fan del gruppo, che potrebbero essersi approcciati per la prima volta al Caveman Battle Doom dei nostri con questo album (francamente più abbordabile, come peraltro già notificato in apertura), un assaggio dei precedenti lavori, caratterizzati da tempi più monolitici ed ancor più melmosi.
Existential Void Guardian” non è sicuramente un album per tutti: la cocciuta rigidità della proposta musicale del terzetto potrebbe portare piuttosto facilmente alla noia un orecchio poco avvezzo a certe sonorità e attitudini, e ammetto che anch’io, in un primo momento, ho incontrato qualche difficoltà (soprattutto per quanto riguarda l'assorbimento delle voci, un po' troppo lontane dai miei gusti e canoni), ma con l’andar degli ascolti sono pian piano entrato in sintonia con l’arroganza barbarica dei Conan, arrivando infine ad apprezzarne – e parecchio, anche – l’incedere sfacciato e inclemente. Promossi, ma solo se sarete abbastanza pazienti.

 
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