Recensione: Eye of the Storm

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Con una carriera cominciata nel 1994 e dopo sette full-length (compreso questo), i Burden Of Grief possono essere tranquillamente considerati dei capisaldi inamovibili del moderno death metal melodico.

A proposito, per alcuni appare ancora irrisolta la questione se trattasi di death o thrash, melodico. Appare, poiché l'ultimogenito "Eye of the Storm", almeno a parere di chi scrive, è invece senza ombra di dubbio un classico lavoro di melodic death metal. Tanto è vero che la Massacre Records, nelle note biografiche, li considera i capostipiti del melodic death metal... made in Germany. Considerazione, questa, invece condivisibile in tutto e per tutto.

La grande esperienza del combo di Warburg e la sua numerosa prole discografica, difatti, hanno modellato uno stile senz'altro privo di elementi di innovazione/progressione, tuttavia indicativo e comprensivo di tutto quello che deve possedere un disco per essere bollato come perfetto esempio di death metal melodico targato 2018. 

Mike Huhmann frusta con le linee vocali un'interpretazione precisa e lineare, senza toccare gli estremi di un growling poco più che accennato, stentoreo, pulito e perfettamente intelligibile in ciò che canta. Le chitarre di Philipp Hanfland e Johannes Rudolph erigono l'ormai famigerato muro di suono con una precisione da carpenteria d'alta ingegneria. I riff sono poderosi e, stoppati con la tecnica del palm-muting ('The Funeral Cortege') – da qui l'equivoco sulla questione death/thrash – , formano una linea di attacco frontale di tutto rispetto. Buone le digressioni soliste, presenti un po' ovunque, che disegnano sul ridetto muraglione intarsi e ghirigori di pregevole fattura. Senza difetti la sezione ritmica che, a volte, si permette di forare la barriera sonica dei blast-beats ('Zero Gravity'). Anche in questo caso, però, tutto rientra nella normalità stilistica del genere.

Evidentemente i Nostri, una volta delineato le forme del proprio marchio di fabbrica, non intendono scostarsi da esso; mantenendo così la continuità di un sound abbondantemente consolidato. "Eye of the Storm", pertanto, perlomeno a livello di stile, nulla aggiunge a quanto già sentito, soprattutto nei confronti del suo predecessore "Unchained" (2014). 

Appare chiaro, al contrario, un certo miglioramento nel songwriting, in grado di movimentare più che sufficientemente l'insieme delle song del platter. I quattro anni intercorrenti da "Unchained" a "Eye of the Storm" non devono essere passati invano, poiché i Burden Of Grief hanno alzato l'asticella della qualità delle song, tutte interessanti, allineate in fila senza soluzioni di continuità, senza cali di tensione e senza buchi e/o riempimenti. Anzi, alcune tracce, come la stupenda 'The Angel', rappresentano la punta di un ottimo processo compositivo, teso a partorire refrain eccellenti, in grado di stamparsi sulla parete interna della scatola cranica. Indicative, pure, di un mood vagamente melanconico, nostalgico. Parimenti valida è 'Wolf Moon', pezzo dall'incedere possente e rigoroso, anch'esso nobilitato da un malinconico ritornello che dà sostegno a un sound profondo, emozionale. Anche nei segmenti più movimentati ('Killing Spree'), magari anche più scarichi di melodia in virtù di strofe particolarmente aggressive, il chorus sembra il momento topico per estrinsecare una natura sentimentale, quasi... romantica.

I Burden Of Grief incarnano insomma una sicurezza a 360° nell'interpretare il melodic death metal sì che il medesimo possa continuare la propria storia sia nel presente, sia nel futuro.

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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