Recensione: Falling Satellites

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Chi ha fatto del roaster dell’InsideOut Music il proprio pantheon musicale di riferimento, non si sarà scordato del progetto prog. di Jem Godfrey, il quale, coadiuvato da artisti di tutto rispetto, dieci anni fa esordì con un album sorprendente. In copertina spiccava una cabina telefonica londinese, la musica era un geniale ibrido di musica elettronica, prog. rock e metal. Come se non bastasse il moniker della band si memorizzava in un attimo, complice l’asterisco finale. Due anni dopo, il sequel Experiments In Mass Appeal confermò quanto di buono i Frost* sapessero fare, con pezzi come “Toys” e “Saline”. Seguì un lungo periodo di silenzio musicale. Un vero peccato, un po’ come accaduto con i Sieges Even. Fatta questa premessa, ecco spiegato il sano entusiasmo di chi oggi può godersi il terzo disco dei Frost*, dopo la loro rinascita nell’anno bisestile che sarà ricordato per le tante e ottime uscite prog. La line-up è stabile dal 2010 e prevede nomi come John Mitchell (Lonely Robot/It Bites), Craig Blundell (Steven Wilson) e Nathan King (Level 42). L’artwork è essenziale, pulito, una dichiarazione d’intenti.
Diciamolo subito, Falling Satellites ricalca quanto proposto in passato, niente innovazioni eclatanti, ma il risultato è comunque appagante, vuoi per la curiosità di risentire i Frost* su CD, vuoi per la presenza di Joe Satriani come ospite in un brano. S’inizia con “First day” (chiaro il legame con la conclusiva “Last day”) un intro dalla chiara riconoscibilità: atmosfere fatate ed echi del sound trascinante dei Frost*, che torna a farsi valere nell’opener “Numbers”. Un 6/8 sbarazzino, linee di basso gustose, un drumwork incisivo e le linee vocali? Sono come ci hanno abituati in passato, tra il pop e la melodia totale, giocata su intrecci vocali e note tenute. Sul finire del secondo minuto uno stacco ricorda gli Asia, ma non mancano altre chicche nell’arrangiamento di un brano dalla solarità contagiosa.
Avvio in sordina per la successiva “Towerblock”: dopo 90 secondi, la musica elettronica s’impone prepotente. Di qui una precisazione indispensabile. Chi tacciasse i Frost* di adeguarsi alla nuova tendenza di unire prog. alla m.e. peccherebbe di anacronismo, infatti prima di Haken e altri gruppi, furono proprio i Frost* a farsi alfieri di questo difficile ma vincente connubio, sfida non vinta dai più famosi Dream Theater. Tornando a “Towerblock”, l’uso massiccio si synth nella seconda metà del brano contribuisce a non sbilanciare la traccia verso lidi poco prog. Il finale regala momenti di vera insania al mixaggio. Tutto si tranquillizza con l’incipit di “Signs”, voce e batteria triggerate, ma l’energia dei Frost* fatica a contenersi e dopo nemmeno un minuto inizia una geniale alternanza di dinamiche. Tra sincopi e finezze alle pelli, e un refrain trascinante, trova spazio anche una parentesi metal da fare invidia ai Porcupine Tree post-opethiani, uno degli highlight del disco. I Frost* propongono una musica dalla produzione “bombastica”, cosa che può piacere o mano, ma sanno regalare anche momenti in pianissimo. “Lights Out” è tra questi. È presente anche una suadente voce femminile, nel ricreare atmosfere ovattate degne dei migliori Marillion psichedelici. In definitiva una song che farà la gioia dei fan più legati al lato commerciale della band inglese.
Le ultime sei canzoni compongono una suite da mezzora, intitolata “Sunlight”. La scelta di dividerla in sei parti segue criteri di ovvia praticità d’ascolto. Le danze si aprono con il tema virtuosistico di “Heartstrings”, con sonorità accostabili agli A.C.T e agli Unitopia. Avvio pseudo-dance per “Closer than the sun”, un paio di minuti sospesi nel tempo, poi brilla una chitarra nel buio. Il maestro Satriani duetta con una tastiera, che ricorda i duelli di Mr. Derek Sherinian con mostri sacri delle 6-corde. Tutto ha vita breve, questo non toglie che rimangano istanti preziosi.
Arriviamo a uno dei pezzi dal titolo più pazzoide di sempre, “The Raging Against The Dying Of The Light Blues In 7/8”, brano à la King Crimson, con un buon groove, decisamente impegnativa all’ascolto. A metà minutaggio si intravedono certe sonorità che richiamano i bistrattati Planet X, influenza che si farà palesi nella seguente “Nice day for it”, altro momento clou di Falling Satellites. Stupisce ancora una volta la capacità dei Frost* nel coniugare il loro lato commerciale a quello prog. Siamo al finale, “Hypoventilate” (titolo che riprende il classico “Hyperventilate”) è un intro “metafisico” e prelude al toccante epilogo “Last Day”, un pezzo voce-pianoforte. Non so perché, sembra che Ray Alder dei Fates Warning stia per comparire al microfono… Nelle limited edition sono incluse anche due bonus track, non lasciatevele scappare.

Niente d’aggiungere, Falling Satellites è un album onesto, il giusto comeback di una band troppo presto scomparsa dal panorama prog. che conta. Auguriamo ai Frost* di continuare nella loro brillante carriera, finora hanno infilato un trittico di dischi memorabili.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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