Recensione: Fear Of Angst

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L'Austria non è mai stata considerata un centro nevralgico per quanto riguarda la musica metal ed in effetti non può vantare il palmares di nazioni come Inghilterra, Germania o Stati Uniti. Tuttavia, quando ci si è messa d'impegno, ha partorito figli di indubitabile valore e genialità. Un po' come la Svizzera, che vanta nomi come Celtic Frost, Coroner o Gotthard (marchi fondamentali, ognuno per il suo genere di competenza), l'Österreich può citare band come Pungent Stench, Angizia, Belphegor, al netto dei gusti personali, tutti gruppi fortemente caratterizzati, che si sono fatti portatori di stili, attitudini, suoni e immaginari narrativi piuttosto netti ed ingombranti. A questo breve elenco vanno aggiunti di diritto pure i Disharmonic Orchestra di Klagenfurt.

I loro primi due lavori discografici, "Expositionsprophylaxe" (1990) e "Not To Be Undimensional Conscious" ('92), rientrano nel novero dei capitoli più criminalmente sottovalutati ed ignorati della storia del metal estremo e pazzerello. Mentre in quegli anni tutti erano (comprensibilmente) affaccendati con i vari "Left Hand Path", "Harmony Corruption", "Spiritual Healing", "Tomb Of The Mutilated", "Soul Of A New Machine" etc., la sgangherata Orchestra Disarmonica metteva in musica due opere spettacolari, figlie di una irriverenza, una militanza anarchica, una eterogeneità di vedute con pochi termini di paragone nel Libro Mastro della grande Storia della musica Metal. Ciononostante, a fatica riusciva a scavalcare il recinto dell'underground.

La collocazione geografica, come detto, non ha giocato a suo favore, e il sopraggiungere dei '90 ha ulterormente reso complicata l'OPA degli austriaci alla vetta dell'Olimpo borchiato. Senza perdersi d'animo i Nostri hanno proseguito a sfornare album, "Pleasuredome" nel '94 e, quasi un decennio dopo, "Ahead" ('02). E proprio "avanti" sono andati i Disharmonic Orchestra, sviluppando e implementando ulteriormente il loro sound, già riccamente complesso ed articolato. Le sfuriate thrash/death degli esordi sono andate raffinandosi in direzione di un progressive metal sempre e comunque "estremo" come concezione, refrattario alla linearità esecutiva.

Oggi il magic trio torna sulle scene grazie al crowdfunding, che ha permesso loro di produrre il quinto titolo in carriera, beffardo sin dal churchilliano titolo, "Fear Of Angst" (paura della paura). Al basso è subentrato Hoimar Wotawa, in sostituzione dello storico Herwig Zamernik, ma non per questo la celebre sezione ritmica dei Disharmonic Orchestra ha subito una battuta d'arresto, anzi. Il dinoccolato ritmare della band non conosce sosta, con un basso indiavolato che non teme di spingersi fino a lambire accenti funky ("The Venus Between Us") ed una batteria che non sa cosa voglia dire il 4/4, sempre costantemente in ebollizione come il pentolone del cenone natalizio a base di zampone e cotechino.

"Fear Of Angst" si attesta sui Disharmonic Orchestra degli ultimi due dischi e ne prosegue coerentemente il discorso, tenendo la band al passo coi tempi ma pure fedele al proprio profilo, incoercibile ed irriducibile a etichette troppo limitanti e costrittive. Ingegnosi, imprevedibili, sarcastici, tecnicamente ineccepibili, frenetici e rutilanti ("Aura", "Flambition"), i tres amigos sono i regnanti di un'isola che non c'è, che va dai Sepultura di "Territory" e "Nomad" (ad esempio in "Proton Radius") a degli ipotetici avatar - meno trucidi e punitivi, più concettuali e spensierati - dei Meshuggah. I Disharmonic Orchestra sono ancora avanti, sono sempre un passo in testa alla fila, soprattutto sono ancora in grado di stupire e produrre musica che merita di essere ascoltata.


Marco Tripodi

 
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