Recensione: Fear, Prey, Demise

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I Thrashers Hidden Intent nascono in terra australiana in quel del 2011 per proseguire la storia dei loro predecessori quali Mortal Sin ed Hobb’s Angel of Death, affiancandosi a gruppi più attuali quali Harlott ed Atomizer.

La loro idea è quella di non abbandonare la strada maestra preparata dai loro predecessori, seguendola però parallelamente e con qualche curva ogni tanto così un po’ si allontanano e un po’ si riavvicinano.

Insomma, cercano l’evoluzione e la novità, suonando un genere che è abbastanza stretto tra due mura ed oggetto di tante sperimentazioni, la maggior parte delle quali non andate proprio a buon fine.

L’esordio discografico è avvenuto nel 2013 con il Full-Length ‘Walking Through Hell’, successore di due demo.

Ora è il momento della conferma: il 27 febbraio 2018 è stato pubblicato il secondo album ‘Fear, Prey, Demise’ e la band ha stipulato un contratto con la Scarlet Records.

L’opera non lascia scampo: un’esplosione continua di quasi cinquanta minuti di Thrash suonato furiosamente ed in modo versatile, ripercorrendo musicalmente tutto quello che ne ha fatto la storia ed aggiungendo qualcosa di nuovo, che non va a prendere da altri stili, creando dei pezzi ibridi, ma è un rinnovamento del Thrash stesso.

Possiamo dire che, fra tanti, gli Hidden Intent sono riusciti a fare qualcosa di abbastanza nuovo per destare interesse (non sono gli unici, naturalmente).

La prima cosa che si apprezza è la voce: di discreta estensione, riesce a comunicare la giusta rabbia con toni normali, salendo quando serve, senza esagerare ed incupendosi nei momenti più profondi. Chris McEwen, che suona anche il basso, è un vocalist che ha capito che non necessitano trucchi od estremismi per cantare Thrash, seguendo l’esempio del suo connazionale Matt Maurer dei Mortal Sin.

Altro lavoro di pregevole fattura è quello del chitarrista Phil Bennett in sede solistica, gran maestro sia nelle sezioni più veloci di chiave Thrash che in quelle più melodiche che attingono dall’ Heavy più classico, dà inoltre buona prova con la chitarra acustica ed è anche un buon chitarrista ritmico.

Il gruppo comprende anche Paul Lewis, che siede dietro le pelli frantumando le orecchie e facendo palpitare il cuore con grande professionalità.

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In generale nell’album si sente molto del Thrash anni ’80, principale riferimento Testament, Metallica e Slayer, con salti anche nel sound di stampo europeo e nel groove metal degli anni ’90 dei Pantera, ma il grosso del lavoro è l’aver preso tutto questo, amalgamato, impastato ed unito per renderlo attuale, moderno e, in qualche modo, piuttosto originale.

I pezzi sono dieci, tutti intrisi di potenza e dinamica, con un songwriting che può dirsi rispettoso del passato, senza scopiazzature.

Apre la velocissima ‘Prey for Your Death', con un assolo di buona tessitura e con un cambio di tempo che evidenzia un indurimento ulteriore del pezzo.

Segue ‘Addicted to Thrash’, potente e roboante con un buon intermezzo per incitare il pubblico e vari cambi di tempo.

Il terzo pezzo è ‘Seeds of Hate’, che inizia con un arpeggio oscuro su stacco potente. In questo brano la velocità è più controllata e si confronta con un energico tempo medio. Gli Hidden Intent dimostrano, con questo pezzo, di non saper solo correre con frenesia ed ultimano il brano con un buon passaggio acustico.

Drop Bears Are Real’ mischia Hardcore e tanto mosh in poco meno di due minuti.

La quinta traccia è ‘Waiting Here in Hell’, che alterna momenti calmi e rassegnati a tempi medi molto duri a cupi.

Apocalypse Now’ è un pezzo coraggioso che supera gli otto minuti. Accelerazioni, tempi medi, giochi di basso, velocità, lati estremi del Thrash sapientemente mescolati per dar corpo ad una brano dalle molte sfaccettature che ha il pregio finale di terminale con un assolo lungo e melodico, anticipato da un intermezzo del basso che crea una grande emozione.

La successiva ‘Eternal Rest’ è quello che oggi si chiama un buon Thrash‘n Roll: veloce e strafottente al punto giusto, è uno dei brani più riusciti e si presume che avrà una buona riuscita dal vivo.

Petrified’ si basa sul tempo medio intervallato con delle parti accelerate e con un chorus che impreziosisce il tutto.

L’album è quasi finito: ‘Step into the Light’ ha una musicalità quasi orientale, che viene mantenuta anche nei momenti più duri. Anche questo è un buon Thrash‘n Roll con l’aggiunta di chorus epici alla primi Savatage.

Ultima il lavoro ‘Imminent Psychosis’, dalla velocità sparata a ‘0’, quasi senza controllo, intervallata a tempi e medi ed a un assolo da brivido. Il pezzo si ferma per qualche secondo per riprendere con due chitarre acustiche alle quali se ne aggiunge una elettrica. Finale molto emozionante.

Un buon disco, in definitiva, con buone soluzioni ed idee valide. Ha ancora qualche pecca qua e là, che ci può stare, ma anche il grande pregio di voler dire qualcosa di nuovo. Ci vuole ancora del lavoro ma siamo sicuri che gli Hidden Intent non si tireranno indietro.

Teniamoli sotto controllo, potranno riservarci buone sorprese.

 
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