Recensione: Feathers & Flesh

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C’erano grandissime aspettative per il ritorno degli Avatar, band proveniente dalla Svezia dal successo esponenziale e in costante evoluzione. Partiti con un melodeath abbastanza canonico, trovarono la gallina dalle uova d’oro nella svolta stilistica di Black Waltz, che li iniziò a consacrare in un genere tutto loro e con enormi potenzialità. La più grande capacità della band, ad oggi, è quella di saper coniugare il death metal più feroce e con dosi massicce di groove a episodi bislacchi, teatrali e dal fortissimo stile musical (si, avete capito bene). Feathers & Flesh riprende quindi il discorso interrotto dal precedente, ottimo Hail The Apocalypse e lo arricchisce di ulteriori ambizioni. Questa volta il combo di Gothemburg si cimenta in un folle concept album narrante la storia di un gufo con la bramosia di oscurare il sole; il tutto viene servito in un’edizione speciale con tanto di libro/favola illustrata e tutti i testi in versi. Le premesse per fare il botto definitivo ci sono tutte, ma verranno soddisfatte solo in parte.

 

Regret apre l’album rivelandosi una semplice ma decisamente evocativa introduzione, che esplode molto presto nella magnifica House Of Eternal Hunt. Qui si va di batteria a elicottero con chitarre circensi e una forma canzone micidiale che dà il giusto risalto alla voce di Johannes, uno dei migliori e versatili cantanti in circolazione. Prestazione maiuscola la sua durante tutta la tracklist. La parte strumentale e solista al centro del brano è da urlo assieme alla ripresa del cantato con tanto di tripudio finale. Il capolavoro però viene con la seguente The Eagle Has Landed, che alterna pesantissime parti in growl a un ritornello che vi ritroverete a cantare più o meno dopo mezzo ascolto, manca solo il monitor con la pallina bianca come i vecchi cartoni-musical degli anni ’80.

 

Ladies and gentlemen

Your hero has returned again

Everything is going to be okay-ay-ay-ay

Ladies and gentlemen

Your shepherd and your very best friend

Bow your head and let us in

To stay-ay-ay-ay

 

New Land si rivela a sorpresa un pezzo abbastanza canonico, che prova ad acquistare un po’ di personalità nel ritornello ma non riuscendo ad oltrepassare la soglia dell’essere discreto; cresce sul finale con un’atmosfera fumosa e rituale, ma non basta. Tooth, Beak & Claw rimette le cose a posto virando sul piratesco andate e con tanto di clap clap a scandire il tempo; qui tutto è grande e funziona alla perfezione riuscendo a divertire l’ascoltatore e non poco, complice un songwriting ispiratissimo e un’esecuzione corale impeccabile. For The Swarm è uno degli episodi più folli e bislacchi del disco, che nei suoi due minuti scarsi offre pura pesantezza e un mood decisamente insolito; peccato venga interrotta sul più bello, una ripresa del tutto ci sarebbe stata eccome.

 

A questo punto il lentaccio risulta quasi inevitabile ed ecco che gli arpeggi di Fiddler’s Farewell fanno capolino nei nostri padiglioni auricolari. Altro pezzo di livello altissimo per quanto ci risulta, col solito Johannes in totale stato di grazia che non sbaglia praticamente mai una linea vocale che sia una. Se durante l’ascolto si legge il libro e ci si figura in un teatro, il risultato è veramente notevole e probabilmente l’effetto che gli Avatar si erano prefissi di dare. One More Hill offre una strofa suonata sui tom con un parlato che crea un livello di tensione perfetto, un inciso in 2/4 quasi brutal e un ritornello allegro con brio; l’amalgama funziona eccome e si rivela ben presto uno dei pezzi migliori dell’album. Black Waters cambia totalmente registro e atmosfere virando su un quasi stoner-sludge dal cantato country e dalla resa spiazzante e notevole. Il ritornello è oscuro e barcollante, e serve sul piatto l’ennesimo episodio degno di nota in una tracklist che di certo fin qua non si può definire noiosa. Night Never Ending muta ancora la pelle a un disco più mutevole di dieci serpenti messi assieme, e questa volta si va su coordinate che più allegre non si può, in grado di trasformare il nostro ipotetico teatro in una festa di proporzioni bibliche con tanto di cori da stadio della matrice più becera e ubriaca che, spiace dirlo, ci stanno e divertono!

 

Ora sorge spontanea una domanda: perché l’album non finisce qua? Ne avremmo davvero parlato in altri termini e con un voto di almeno 5-6 punti più alto; purtroppo però, da qui in poi emergono tutti i difetti che ne compromettono la resa e il livello totale. Il primo a balzare alle orecchie è che lo stile Avatar si sia rivelato un’arma a doppio taglio in grado di annientare la componente più ortodossa della band. Nel senso: quando suonano ibridi offrono prestazioni e brani clamorosi, quando suonano normali parliamo invece di uno Swedish abbastanza scialbo e gratuito che di questi tempi ha davvero poco da dire. Chiusi nel loro personaggio quindi? Per ottenere il loro capolavoro dovrebbero agire su queste coordinate, il piede in 2 scarpe non funziona:  Pray The Sun Away, When The Snow Lies Red e Raven Wine ne sono la prova e finiscono ben presto per portare al tedio l’ascoltatore. Esigenze di trama? Può darsi. Come può essere plausibile un essere stati costretti ad allungare il brodo proprio in funzione di questo; non lo sapremo mai ed è inutile specularci, rimane solo il fatto che questi tre brani sembrano messi lì e allungano di più di un quarto d’ora un album che proprio non ne aveva bisogno. Passa in secondo piano anche la conclusiva Sky Burial, che riprende l’intro e la allunga con un’oscura e malinconica marcia che a questo punto si fa davvero fatica ad ascoltare.

Non fanno proprio testo le 2 bonus tracks poste in chiusura, rivelandosi 2 brani anonimi, scarsi e senza nulla da dire.

 

Feather & Flesh si rivela quindi una mezza delusione se preso nel suo complessivo di oltre un’ora di minutaggio; il materiale ottimo nell’album è presente eccome e, se fosse stato pubblicato solo quello, i toni sarebbero stati esclusivamente entusiastici. Purtroppo dobbiamo valutare l’opera completa che, come visto, non è assolutamente esente da difetti; va però segnalata l’unicità del sound degli Avatar che ormai li rende perfettamente personali e riconoscibili assieme a un tasso tecnico che in questa sede si è elevato specialmente in fase solistica. La tecnica nei fraseggi di chitarra si è raffinata e risulta un buon valore aggiunto, e la sezione ritmica è sempre sul pezzo e varia il più possibile.

Una volta limati i difetti siamo certi che il capolavoro sarà dietro l’angolo; gli Avatar sono una grande band e siamo convinti che ce lo daranno.

 
75