Recensione: Fi'mbulvintr

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Verrà il Terribile Inverno.
Fimbulvetr, sarà lungo tre anni durante i quali non ci sarà né luce né calore: il sole, oramai prossimo alla capitolazione, non avrà la forza di riscaldare i mondi coperti dalle nevi e dai ghiacci, tutto giacerà nel gelo e nel totale silenzio.
Seguirà il secondo inverno capace di radere al suolo quel poco che resta della società provata e decimata dalle intemperie e dalle forze della natura.
Nella profezia della Veggente (Völuspá), tutto fu scritto:

Si colpiranno i fratelli
e l'un l'altro si daranno la morte;
i cugini spezzeranno
i legami di parentela;
crudo è il mondo,
grande l'adulterio.
Tempo d'asce, tempo di spade,
gli scudi si fenderanno,
tempo di venti, tempo di lupi,
prima che il mondo crolli.
Neppure un uomo
un altro ne risparmierà.
(Völuspá, 45  gli ultimi giorni)

I legami di sangue saranno spezzati, il Sole sarà inghiottito dal lupo Sköll; la Luna finirà tra le fauci di Hati fratello del felino che, famelico, ha inghiottito l’unica fonte di vita per il mondo. Da quel momento sarà Ragnarøkkr, la battaglia finale, l’estrema resa dei conti che porterà al nuovo ordine, ad una nuova ritrovata armonia. Questo, per sommi capi, il senso di "Fi'mbulvintr", titolo del disco d’esordio degli svedesi King Of Asgard.

Leggendo i nomi degli artisti coinvolti nel progetto, ad essere sincero, sono stato colpito da un violento tuffo al cuore. Il pensiero, veloce come il grigio Sleipnir, è volato ai Mithotyn band che, da quel lontano 1999, ha lasciato un vuoto incolmabile in me e in tutti gli appassionati delle sonorità che fondono in un tutt'uno tradizione e folklore: quest'ultime da sempre le ideali voci narranti del mondo norreno e, di fatto, braccio armato del Viking Metal.  
I Mithotyn lasciarono in eredità ai posteri tre perle di incalcolabile valore, veri e propri capisaldi di una musica così affascinate e di così alto grado emozionale. Li lasciammo lì, congelati, quasi sospesi in un limbo di ammirazione e rimpianto con Gathererd around the oaken table, disco che segnò un’epoca, che contribuì a dare nuovi parametri stilistici per quanto concerne il Viking, che bissò i successi di King of the Distant Forest e In the Sign of Ravens rendendo il gruppo di Mjölby un esempio da seguire e da imitare.

Dopo undici anni, ritroviamo Karl "Kalle" Beckmann e Karsten Larsson a dare anima e corpo al lato maggiormente concatenato alle credenze riconducibili alla mitologia nordica con un album che, dopo un’analisi piuttosto approfondita, merita l’attenzione di tutti gli amanti del genere. I King Of Asgard si presentano al grande pubblico con un disco d’impatto pressoché immediato; semplice nella struttura, tanto fedele alle melodie care ai vecchi Mithotyn, senza andare a riesumare per forza passate sonorità che spesso si risolvono in forzature capaci solo di annoiare l’ascoltatore dando quella sgradevole sensazione di déjà vu; fresco nelle partiture che in più di un frangente si dividono tra il death melodico proprio dei connazionali di Tumba e gli sprazzi di black ben inseriti in un contesto generale dominato dalla voce del buon Kalle, bravo a prendersi tutte le luci della ribalta, regalando emozioni che non sempre possono trovare spazio in un album di debutto".
Possiamo parlare, ovviamente, di debutto ‘fittizio’ vista l’esperienza ultra decennale maturata nel corso degli anni da questi musicisti di prim’ordine.
Da sottolineare, oltre i succitati Beckmann e Larsson, la presenza di Jonas Albrektsson al basso (già nei Dawn) e di Lars Tängmarka alla chitarra a garantire - semmai ce ne fosse davvero bisogno - sull'elevato standard qualitativo dei King Of Asgard.
Per spazzare via tutti i preconcetti che normalmente è lecito aspettarsi in determinate release (soprattutto nei 'ritorni' più o meno pubblicizzati di grandi nomi del passato), emerge da subito un certo mestiere chiamato a far vacillare dubbi e congetture come un fragile castello di carte lasciato incustodito, per poi spazzarlo via alle prime note catapultate dalle casse.
Dopo una breve intro chiamata a preparare il terreno, si parte con la magnifica Einhaerjar, brano che porta in sé tutta la naturale irruenza dei guerrieri sacri ad Odino; brano diretto, d’assimilazione pressoché immediata.
Meglio di così, oggettivamente, non si poteva sperare.

I brani, per rispettare degnamente i cliché propri del genere, si articolano fra epiche battaglie e viaggi per mare in cerca di fortuna e gloria, senza tralasciare l'impeto furente dei guerrieri del nord in cerca di scontri che gli permettano di gustarsi una morte gloriosa che li condurrà nella tanto agognata Walhalla.
Ottimo il cameo della cantante Helene Blad nell'intro di "The Last Journey", brano forse un po' troppo commerciale, ma sicuramente molto appetibile anche per gli ascoltatori meno intransigenti.
Non mancano, come da tradizione, violenti attacchi all'odiato cristianesimo che trovano in "Snake Tongue" il senso di un profondo disprezzo verso il messia e i suoi servi dai crocefissi dorati.

Nota di merito per il lavoro di Ola Larsson: artista che con il superbo lavoro sull'artwork ha reso davvero completo il prodotto della band scandinava.
Il filo che fu interrotto bruscamente con "The Old Rover" sembra essere stato ripreso e tessuto nuovamente dalle mani sapienti della Norna Verðandi.
Alla fine del viaggio, scortati dall’alto da Huginn e Muninn, non possiamo che salutare il ritorno dei guerrieri.
Sperando non sia un fugace fuoco di paglia - vista la scottatura di un decennio fa - non mi resta che godermi questo gradito ed illustre ritorno, anche se sotto diverse spoglie.
Insomma ragazzi: ben tornati a casa.

"Brethren of the north graced by Gods, Brethren of the north feared by all".

Daniele Peluso

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TRACKLIST:

01. Intro        
02. Einhärjar        
03. Vämods Tale        
04. The Last Journey    
05. Never Will You Know Of Flesh Again    
06. Wrath Of The Gods        
07. Snake Tongue    
08. Brethren Of The North        
09. Day Of Sorrow        
10. Lingering A Sacred Ground    
11. Heroes' Brigade        
12. Strike Of The Hammer    
13. Fi'mbulvintr (Outro)

 
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