Recensione: Final Sacrifice

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La storia della nostra amata musica pesante ci insegna che appena si affaccia sul mercato almeno un gruppo che presenta qualche elemento di novità nello stile, anche minima, oppure tornano per così dire di moda certe sonorità passate (solitamente per mano di giovanotti nostalgici o veterani che fanno il loro ritorno in grande stile), sbuca subito uno sciame di emulatori pronti a tutto pur di sfruttare il trend del momento, spesso foraggiati dalle stesse case discografiche. Gli esempi, presenti o passati, sono innumerevoli e sulla bocca di tutti.

Non sfuggono a questo “assioma” gli svedesi Noctum (ai quali si potrebbero aggiungere anche i compatrioti Portrait), giunti al secondo album con “Final Sacrifice” e accodatisi al discreto successo dei concittadini (Uppsala) In Solitude ed a quello maggiore dei connazionali Ghost. Due gruppi che – senza comunque smarrire fortunatamente del tutto la propria identità – già di per sé debbono molto a King Diamond ed ai suoi Mercyful Fate, andando ancora più a monte. Evidentemente di recente (solo ora?) in Svezia qualcuno si deve essere reso conto della grandezza delle band del Re Diamante, verrebbe da pensare... E stranamente (coincidenze?) quasi tutti i gruppi citati, compresa la band “madre”, sono sotto contratto con Metal Blade. Tralasciando, tuttavia, in questa sede la dietrologia spicciola, cerchiamo di capire se l'album in questione è uno spudorato e penoso copia-incolla dell'originale, oppure se i Noctum effettivamente hanno ragione d'esistere per non dire addirittura del palpabile talento.

Innanzitutto, sebbene certe melodie definibili 'pre-ottantiane' li avvicinino più ai Ghost, musicalmente, le strutture ben più complesse finiscono per renderli maggiormente assimilabili agli In Solitude e quindi, continuando a seguire questo fil rouge, ai Mercyful Fate. Un esempio su tutti di somiglianza col Fato Misericordioso “Void Of Emptiness”. Brano che parte con un riff ai limiti del plagio con quello leggendario di “Gypsy”, modificato giusto quel tanto che basta per non farsi chiedere i diritti d'autore. Al di là dei singoli titoli, però, va detto che chiunque è abituato a masticare certe sonorità da tempo, noterà fin dal primissimo ascolto da dove provengano quel tipo di soluzioni stilistiche. Dalle composizioni non sempre lineari, al rifferama polveroso e graffiante devoto all'hard rock dei Settanta piuttosto che alla new wave inglese (Angel Witch in primis, data anche la grande somiglianza del timbro vocale di David Indelöf con quello, inconfondibile, di Heybourne), e ancora dalla scelta di certi temi adottati nelle liriche, al modo di tradurle in musica con uno stile quasi dark o dalla cupa atmosfera malinconica che avvolge un po' tutti i bravi (in tutta onestà, in questo caso anche un po' troppo).

Indubbiamente il fattore personalità per i Noctum è un grosso handicap. Per fortuna, però, analizzando un po' più in profondità le tracce, si può notare come il combo svedese sia riuscito ad innestare qualche elemento di diversità – da qui l'ampia sufficienza  –  e si spera che possa essere l'arma in più nei prossimi lavori.  Più in particolare una spiccata vena doom comune un po' a tutto l'album che si evidenzia soprattutto in brani come la conclusiva ed oscura “Azoth” (peraltro una delle migliori del lotto, nonostante emerga prepotentemente quella somiglianza con gli Angel Witch cui alludevo), la cadenzata “Resurrected In Evil”. Per non parlare della lunga “The Revisit”, senz'altro uno degli highligth di “Final Sacrifice". Merito di una partenza sinuosa à la Black Widow addolcita dal suono sfuggente di un flauto (strumento mai sfruttato abbastanza in ambito hard&heavy) che rende l'ingresso della chitarra con un bel riff ipnotico ancora più dirompente. Questa è la strada che mi auguro il gruppo torni a battere maggiormente in futuro.

C'è anche dell'altro tra i solchi di “Final Sacrifice”, come la strumentale “Deadly Connection” di scuola Deep Purple, senz'altro un episodio piacevole, e qualche rimando all'hard rock dalle tinte blues dei connazionali Graveyard e Witchcraft in due tracce come “A Burning Will” e (in parte) “Temple Of The Living Dead”, che riescono a dare un po' di respiro ad un album che in qualche frangente, ahimé, spinge quasi l'ascoltatore a premere il tasto "stop" per mettere sul lettore un album a caso tra "Melissa" e "Fatal Portrait".

In conclusione, “Final Sacrifice” soffre dei problemi degli stessi Noctum a trovare una vera e propria identità. Difetto sul quale non si può soprassedere. Tuttavia si rivela un ascolto tutto sommato piacevole se non si hanno grandissime aspettative, anche perché il gruppo riesce talvolta a mettere in mostra delle discrete potenzialità dal punto di vista compositivo, come la capacità di sviluppare un brano oltre la sopravvalutata formula strofa/ritornello semplice con risultati confortanti, nonché un certo gusto per melodie accattivanti e assoli di chitarra prolungati.

Orso “Orso80” Comellini

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