Recensione: Five Degrees And A Prophecy

Di Daniele D'Adamo - 8 Giugno 2012 - 0:00
Five Degrees And A Prophecy
Band: Damaste
Etichetta:
Genere:
Anno: 2011
Nazione:
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70

Damaste.
Un nome che tradisce una viscerale passione per la mitologia greca classica come, peraltro, si può evincere dai war-name dei membri della band italiana. Band italiana che, nata nel 2007, è riuscita a raggiungere a inizi 2011 l’agognato contratto discografico con l’etichetta inglese Casket Music. “Five Degrees And A Prophecy” è il frutto di questa collaborazione, registrato ai Dissonant Studio di Aosta da Luca Minieri (Illogicist) e quindi masterizzato ai Finnvox Studios di Helsinki da Mika Jussila (Nightwish, Stratovarius, Amorphis, …).

Così, come per l’epico approccio al cosiddetto ‘letto di Procuste’ (Procuste è il soprannome di Damaste, appunto, il sanguinario brigante sconfitto da Teseo), indicante l’omologazione della massa in individui mono-pensanti, il quintetto di Brescia propone un modello thrash/death assolutamente legato all’ortodossia dei due generi. Nel mix predetto c’è una leggera preponderanza del death metal, peraltro segnato da numerose vene melodiche, anche se, a voler esser precisi, non è così semplice stabilire una linea di demarcazione netta fra questi e il thrash. Per rendere l’idea con un esempio, il sound dei Nostri non si discosta così tanto da quello dei defunti Zyklon di Samoth e Trym, tenendo a ogni modo presente che questi ultimi si assestavano in realtà su maggiori contenuti energetici e che non sapevano cosa fosse la melodia.

I responsabili principali di questo tenace ancoraggio agli stilemi del thrash, come spesso succede in casi analoghi, sono i due chitarristi, Michele “Thànatos” Lodrini e Fabrizio “Phòbos” Micheletti, autori di un possente guitarwork tirato su a suon di riff compressi con un abbondante uso della tecnica del palm-muting. Il semi-growling di Andrea “Nibùru” Pelliccia e il basso metallico di Alberto “Hypnos” Rinaldi, per contro, prediligono un avvicinamento alla loro musica passando dal death metal, così come il drumming di Federico “Panòptes” Loda, preciso come un orologio svizzero.

Il risultato complessivo, malgrado questa teorica discrasia stilista fra i componenti del combo lombardo, è invece al lato pratico compatto, sodo e consistente. Non originale, bisogna evidenziarlo, ma indicativo di una raggiunta maturità artistica e tecnica, tale da consentire la definizione, senza incertezza alcuna e senza soluzioni di continuità, del ‘Damaste-sound’. Del resto, non tutti gli act di metal estremo hanno come obiettivo principale l’innovazione di un genere che ha ormai attraversato quasi tre decenni – e, appunto per ciò, perfettamente disegnato in tutti i suoi elementi identificativi – ma quello, magari, di concentrarsi per trovare una propria, personale strada entro i confini di una tradizione consolidata.

Questa scelta ‘di sicurezza’ ma conservativa, forse, non è però la migliore per scatenare la creatività dei musicisti e difatti “Five Degrees And A Prophecy”, pur essendo ‘politicamente corretto’ e tecnicamente irreprensibile, mostra la corda se analizzato sotto la lente della critica artistica e dell’efficacia del songwriting. Le sue canzoni compongono un insieme solido e massiccio ma, alla fin fine, poco snello e, soprattutto, non particolarmente accattivante. Tant’è che, gira e rigira, anche passando molte volte il platter sotto il laser i singoli brani rimangono impressi nella memoria con difficoltà. Abbastanza interessanti, a ogni modo, “Dreadful Deviancy”, dal trascinante riff portante, “A Different Fate”, dall’autoritaria forza scardinatrice quando si scatenano i blast beats, e “Where Awareness And Detachment Collide”, dal gustoso taglio heavy. Con una menzione particolare per la suite finale, “The Opalescent Path”, dal tono drammatico e profondo.

“Five Degrees And A Prophecy” è una discreta opera prima, che pone i Damaste su un piano qualitativo di assoluto rispetto. Manca tuttavia quel coraggio compositivo tale da conferire al lavoro quel qualcosa in più in grado di differenziarlo da tante, troppe altre realizzazioni che popolano l’infinito mercato del death metal.

Daniele “dani66” D’Adamo

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Tracce:
1. Flooded Kingdoms Of The Ice Age 5:17         
2. For Aeons To Come 4:40         
3. Dreadful Deviancy 4:35         
4. Five Degrees And A Prophecy 4:21         
5. A Different Fate 4:21         
6. Carved In Stone 4:38         
7. Where Awareness And Detachment Collide 3:45         
8. The Opalescent Path 7:30

Durata 39 min.

Formazione:
Andrea “Nibùru” Pelliccia – Voce
Michele “Thànatos” Lodrini – Chitarra
Fabrizio “Phòbos” Micheletti – Chitarra
Alberto “Hypnos” Rinaldi – Basso
Federico “Panòptes” Loda – Batteria
 

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