Recensione: Fly to the Rainbow

Di Abbadon - 6 Dicembre 2003 - 0:00
Fly to the Rainbow
Band: Scorpions
Etichetta:
Genere:
Anno: 1974
Nazione:
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84

“Well, I lived in magic solitude
Of cloudy-looking mountains
And a lake made out of crystal raindrops …
Roaming through Space tenthousand years ago
I’ve seen the giant city of Atlantis
Sinking to eternal waves of darkness …”
Ulrich John Roth, Fly to the Rainbow.

A seguito del discreto ma accolto nell’indifferenza generale “Lonesome Crow”, gli Scorpions non si danno per vinti e mettono sul mercato il loro secondo full leght . Il vinile di “Fly to the Rainbow”, questo il nome del disco, fa la sua comparsa delle bancarelle tedesche nel 1974, e va decisamente meglio del primo lavoro, tanto da consegnare ai suoi creatori il titolo di “Gruppo Rock Emergente dell’anno”. Non è un caso che “Fly to the Rainbow”, uno dei dischi meno conosciuti in assoluto degli Scorps ma a mio avviso sicuramente tra i più meritevoli, abbia avuto così tanto successo in più, in Germania, rispetto al suo antecedente, questo perché analizzando cosa era successo nell’anno di “buco” tra i due prodotti, si notano subito una serie di cambiamenti ed innovazioni. Intanto la band cambia rispetto a quella dell’esordio per ben 3/5 della formazione, lasciando in carreggiata solo i due leader Klaus Meine e Rudolf Shenker. Ecco quindi arrivare un nuovo batterista (il buon Jurgen Rosenthal, che poi andrà via in favore di Rudy Lenners), ma soprattutto due elementi destinati a marchiare a fuoco il destino del combo di Hannover, ovvero il bassista Francis Buchholz (che rimarrà per ben 17 anni e 12 album ) e il filo-Hendrixiano chitarrista Ulrich John Roth, per tutti Uli. Con l’aggiunta di questi 3 ragazzi, e la contemporanea e dolorosa partenza di Michael Shenker, approdato agli UFO dei quali diverrà uno dei simboli, non poteva che cambiare lo stile musicale del gruppo, che infatti subisce una netta evoluzione. Da una musica pirotecnica ma anche melanconica a tratti si arriva ad una impostazione estremamente melodica delle canzoni, alternate a porzioni di vero “space-rock”. Il mix di queste due microcorrenti stilistiche è eccellente, così come potremo riscontrare da qui a poche righe. L’intesa coi nuovi arrivati comunque è subito forte, ognuno lascia la propria impronta sul platter. Meine inizia a dare per davvero saggi della sua grandezza vocale con una continuità pazzesca , con quel suo timbro caldo e magnetico, le linee dei due chitarristi si sovrappongono alla perfezione in assoli e ritmiche, e Rosenthal dà un gran contributo con una batteria mai giù di corda. Ma a dire il vero, chi conosce altri album, quelli successivi, degli scorpioni, non può che rimanere a bocca aperta davanti alla prova di Francis. Il basso, mai troppo sonoro nelle produzioni future, qui pompa a mille (complice anche la registrazione altissima dello strumento stesso), e spesso e volentieri risulta lo strumento più importante e bello da sentire dell’intera cricca (cricca che concretizza solo 7 songs, ma per un totale di oltre 40 minuti di musica, songs tra l’altro con ottime liriche e di notevole continuità qualitativa), giusto per chi dice che il bassista degli Scorpions è inutile (e ce ne è stato più di uno che l’ha detto).
Fly to the Rainbow si apre subito con un esempio del più puro rock’n’roll, esempio che di nome fa “Speedy’s Coming”, introdotto da da una clamorosa distorsione in discendendo, seguita da una serie di riff combinati delle due chitarre supportate da un gran basso, che dà una tonalità molto bassa (scusate il pessimo gioco di parole) alla traccia stessa. Gli attacchi alle strofe e l’assolo sono momenti di follia di Roth, mentre il ritornello è caruccio e orecchiabile, ma molto semplice. Clamorosamente in contrasto con l’opener è, almeno in principio, la seconda “They Need a Million”, introdotta da una deliziosa chitarra spagnoleggiante che la fa da padrona per tutta la prima strofa, che nulla lascia presagire sull’esplosione rock che il pezzo subisce a valle del primo refrain, refrain che si avvale di buonissime backing vocals. Dicevo poi dell’esplosione sonora, propiziata da una bellissima rhythm guitar, impreziosita ulteriormente dal lavoro sullo sfondo di Roth, per una traccia che combina splendidamente vari tipi di carica che può portare la musica. Terzo pezzo, il primo composto interamente da Uli  (anche cantato da lui) è il melanconico “Drifting Sun”, lento e piuttosto pesante nella sua evoluzione. Non è una brutta canzone se presa isolata, tuttavia mi sembra abbastanza estranea al contesto del vinile, e un passo indietro rispetto a quanto sentito finora. Resta però da dire che questa Drifting Sun è una chiara espletazione di quanto Uli e la sua chitarra siano una cosa sola, e che cosa. Dopo questo sicuramente inaspettato intermezzo (intermezzo tra l’altro di 7 minuti e mezzo abbondanti), arriva quella che forse è la prima canzone veramente interamente melodica finora sentita, e forse la più melodica dell’intero panorama dell’album. Sto parlando dello splendido lento “Fly People Fly”, che si apre su un magico assolo che lascia presto spazio a un Klaus clamoroso in sede di cantato. Molto lineare, la traccia sa comunque arrivare al cuore dell’ascoltatore medio grazie alla sua affascinante melodia, all’assolo non particolarmente tecnico ma di impatto, e soprattutto grazie alla sua diversità (ancora) rispetto alle tre canzoni precedenti. Sugli stessi livelli anche la quinta “This is My Song”, spettacolare mid tempo che unisce la durezza di strumenti quali basso e batteria alla dolcezza già riscontrata in Fly People Fly. Proprio il basso qui è impressionante, sicuramente il miglior strumento del lotto, e accompagna tutto il brano senza mai stonare di una nota (seguito a ruota dalle drums). A parte questo, da segnalare l’ottima base musicale e un grande Meine dietro al microfono. Buonissima ma non al livello delle due precedenti è “Far Away”, lento che desta sensazioni paradisiache in principio, e che in seguito si potenzia con le due chitarre. Da segnalare lo zampino di Michael Shenker nella composizione del brano, cosa che si sente nell’utilizzo della lead guitar, piuttosto differente da quello di Roth. Se proprio devo trovare un difetto è che la canzone è di quasi 6 minuti, forse troppi, perché alla lunga diventa quasi melensa. Il difetto viene comunque quasi azzerato dal mix di sentimenti di tristezza, speranza, gioia e malinconia che sprigiona, nota dopo nota, questo brano, che fa da anteprima al sunto che tutto questo disco ha voluto rappresentare. Sto parlando di “Fly to the Rainbow”, titletrack di quasi 10 minuti, punto di incontro tra vecchio e nuovo, tra Schenker e Roth (infatti sia Michael che Uli hanno contribuito), titletrack che non esagero definire tra le prime 10 15 canzoni di sempre della band, e sicuramente tra le prime 5 del primo corso. Non mi soffermo a descriverla a lungo, consiglio solo di ascoltarla assolutamente a chi dice di essere un amante della musica, perché qui è concentrato di tutto, da arpeggi allegrissimi e spensierati a sfuriate rock’n’roll in piena regola, passando per il misticismo strumentale tipico dei primi anni 70. Imperdibile, come dovrebbe essere imperdibile questo che disco che, ahimè, non conosce quasi nessuno. Chi lo ignora non sa cosa si perde.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :
1)Speedy’s Coming
2)They Need a Million
3)Drifting Sun
4)Fly People Fly
5)This is my song
6)Far Away
7)Fly to the Rainbow

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