Recensione: Flying In A Blue Dream

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A due anni di distanza da “Surfing with the alien”, una delle bibbie del rock chitarristico moderno, Il virtuoso di Long Island torna sulle scene con un album più vario del predecessore, per scelte stilistiche e registri adottati, ma di medesimo valore artistico. La critica ha molto dibattuto sulla scelta di Satriani di cimentarsi dietro al microfono: è stato detto che molti brani sono penalizzati dalle parti vocali e, ancor peggio, che a distanza di anni gli unici brani memorabili sono quelli strumentali. Sta di fatto che negli album successivi, Joe ha escluso le parti vocali, concentrandosi solamente sul suo strumento.
La title track apre l'album nel migliore dei modi. Note di chitarra di rara dolcezza si innestano una base ritmica semplice, lasciando il posto alla lunga e complessa fase solistica che è la parte portante del pezzo. La fluidità dei fraseggi, a volte hard e tratti blusy, è stupefacente e, quando il pezzo termina, quasi ci si stupisce che siano trascorsi già cinque minuti e mezzo di musica. Secondo brano e secondo capolavoro. “The mistycal potato head groove thing” è uno dei classici che Satriani propone più volentieri dal vivo. Si tratta, infatti, di un pezzo estremamente vario e trascinante che alterna un riffing hard efficace e quadrato a solismi geniali e quanto mai diversificati impreziositi da intelligenti sovraincisioni. Il solo centrale è da manuale: velocità, intensità, tecnica al servizio di un groove irresistibile.
Una ritmica indiavolata introduce “Can't slow down”, primo brano cantato dell'album. La voce pulita di Joe si mantiene su toni medi senza sfigurare. La seguente “Strange” invece è costruita su una ritmica funk guidata dalla venature hard della chitarra. La complessità melodica del brano è penalizzata dalla prova vocale di Satriani troppo omogenea e goffa; il ritornello è sinceramente imbarazzante. Risollevano le sorti del pezzo i funambolici assoli. “I believe” è una gran ballata acustica. Le corde vocali di Joe sono molto più a suo agio su queste sonorità, il blues è il suo genere e si sente. Emozionanti tutti gli assoli. Lo strumentale “One big rush” è una sferzata di energia e non si può proprio fare a meno di tenere il tempo con il piede mentre la palma di miglior pezzo cantato va senz'altro al terzo capolavoro dell'album, “Big bad moon”, un gran rock and roll che Joe interpreta con la giusta indolenza dove c'è spazio anche per l'armonica mentre gli assoli sono strepitosi, trasbordanti energia, tecnicissimi e si innestano alla perfezione nel riffing incisivo e circolare del pezzo. Il country sgangherato di “The phone call”, introduce l'ottimo strumentale “Back to shalla-la” che precede “Ride”, un hard rock alla ZZ Top, melodico e con belle armonie, eseguite da un Joe sorprendentemente versatile al microfono. Un discorso a parte merita “The forgotten”, che ritengo uno dei brani più belli composti nella sua carriera da Joe Satriani. La struttura del pezzo ricorda “For the love of God” di Steve Vai: inizio piano e sovrapposizioni di linee chitarristiche sempre più espressive. Il climax che precede l'assolo è di un'intensità quasi insostenibile e si stempera in una fase strumentale che è una meraviglia di eloquenza e profondità. Ogni nota è enfatizzata, ogni fraseggio è suonato con il cuore, ogni scelta armonica non avrebbe potuto essere più perfetta. La pulizia esecutiva e il controllo dello strumento sono, come sempre, sbalorditive.
Come detto all'inizio recensione, “Flying in a blue dream”, si lascia ascoltare piacevolmente per la grande varietà dei pezzi e così dopo il feeling di “The Forgotten”, Satriani ci regala la sperimentale “Bells of Lal”. L'incipit del brano è affidato agli ottimi Jeff Campitelli e Stuart Hamm, ma è la chitarra la prima donna: fra legati, bending, vibrati, Joe estrae suoni incredibili dal suo strumento, senza perdere mai di vista il senso melodico del pezzo. Chiude l'album la breve “Into the light”, perfetta per accompagnare i titoli di coda.

Tirando le somme, “Flying in a blue dream” mantiene il songwriting allo stesso livello di “Surfing with the alien” e non è poco. A Satriani riesce senz'altro meglio suonare la chitarra che cantare, ma alla base della scelta di affiancare brani strumentali a vere e proprie canzoni credo ci sia il coraggio e l'onestà di un artista di mettersi in discussione e di dare libero sfogo alla sua creatività. Sarebbe stata una forzatura inutile riadattare per sola chitarra riff e solismi nati originariamente per accompagnare il canto.
 
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