Recensione: For All That Is Damned To Vanish

Di Daniele D'Adamo - 27 Febbraio 2014 - 18:40
For All That Is Damned To Vanish
Band: Portal
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2014
Nazione:
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60

 

Dopo ben diciotto anni di attività, i Portal riescono finalmente a dare un fratello al debut-album “Forthcoming”, datato ormai 2001. Si tratta di “For All That Is Damned To Vanish” che, proponendo la medesima line-up di allora, rende innanzitutto merito a una formazione che non si è scoraggiata e quindi disunita di fronte allo sterile passare del tempo.

Benché siano svedesi e pratichino un death piuttosto melodico, Kristian Kaunissaar e compagni si mantengono lontano dallo swedish, appunto, e – in particolare – dalle propaggini del gothenburg metal. Offrendo così un prodotto discretamente personale, soprattutto lontano da pruriti sia conservatori, sia reazionari. Un death metal classico, insomma, venato qua e là da spunti melodici invero poco incisivi nell’economia totale dell’opera.

Al contrario, appare più consistente la parte brutale del genere, a volte addirittura sconfinante nel black, in virtù del ruvidissimo growling Kaunissaar e delle istantanee accelerazioni ritmiche dettate dai blast-beats di Matthias Fiebig. “For All That Is Damned To Vanish”, malgrado ciò, non raggiunge mai cime elevate di estremismo sonoro, prediligendo, invece, un approccio che pesca nell’ortodossia stilistica gran parte della sua sostanza. I richiami a quella che oggi si definisce come ‘vecchia scuola’ sono tanti, corposi e ben distribuiti lungo il lavoro. Tanto che non sarebbe così bislacco scrivere di ‘old school death metal’ per tentare di definire più correttamente possibile la foggia musicale in cui è inciso il nome del combo di Västervik.    

Questa sostanziale neutralità rispetto alle innumerevoli derivazioni death fa sì, però, che il disco fatichi molto a innestarsi nei gangli cerebrali. Un difetto che mina la longevità del disco stesso, pericolosamente in bilico sul baratro della noia. I Portal, consapevoli o meno di tale vizio di forma, riescono a sopperire alla bisogna – seppur parzialmente – grazie al mestiere e, pure, a un certo talento compositivo che li porta a metter giù qualche canzone meno ‘invisibile’ del sound. Come l’opener, “In The Steps Of Forgotten Gods”, diretta magistralmente da un trascinante riff portante e dalla furia demolitrice dello scatenato batterista. Una song che, se ripetuta lungo il platter con continuità nella sua indubbia personalità, avrebbe reso lo stesso di ben altro livello.

Considerando peraltro che è da considerarsi più che buono il mood che si respira nelle varie “The Grand Gesture”, “The Wild And The Furious”, “The Celebration Of My Fall”. Un umore dalle decise e veementi tinte drammatiche; che inspessisce il sound rendendolo greve, tetro, a volte addirittura disperato nella sua esternazione di un dolore esistenziale davvero tangibile.

Un altalenarsi di pregi e difetti, insomma, che impedisce a “For All That Is Damned To Vanish” sia di affondare, sia di innalzarsi in volo. Dando in tal modo una sensazione di poca consistenza e personalità, quasi che tutte le idee, le trovate, le soluzioni, rimangano perennemente intrappolate in una sorta di limbo sonoro permeato di grigio. Un peccato, giacché l’impressione istintiva è che gli scandinavi abbiano nelle corde le doti necessarie a compiere quel balzo di qualità che, nondimeno, pare non provino nemmeno a tentare.

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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