Recensione: Forevermore

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Venirsene fuori dopo una dozzina d’anni d’assenza dalle scene con un mezzo capolavoro dalle proporzioni inattese, è di certo un motivo di furibonda soddisfazione per i tanti fan dispersi in giro per il globo. Ma, per certi versi, pure una solenne fregatura.

Riuscire poi a replicare con la medesima grandeur, è ovvio, diventa improbabile. Statisticamente – considerati tutti i fattori in gioco, tra cui età e lunghezza di carriera – forse persino impossibile.
Ed a quel punto, può addirittura accadere che a qualcuno rimanga appiccicata addosso quella sinistra sensazione che non appartiene alle delusioni, non produce disappunti, ma trasmette quell’aura di leggerissima amarezza accompagnata da un commento beffardo seppur indiscutibile. “Sempre bravi, ma le vette dei grandi classici, forse, non torneranno mai più”.

La storia è per sommi capi, quella che ben si attaglia agli enormi Whitesnake, creatura personale dell’immenso David Coverdale (concediamoci un pizzico di partigianeria, suvvia!).
Una lunga e scintillante carriera alle spalle, costellata da ottimi successi ed alcuni capolavori inestimabili. Un come back nel corso del 2008 con il fiammeggiante “Good To Be Bad”, disco dalla bontà sopraffina che non aveva potuto lasciar indifferenti nemmeno i meno accaniti del serpente bianco.
Ed un nuovissimo capitolo, a titolo “Forevermore”, che già dall’affacciarsi nelle varie news ed anticipazioni, recava con se lo scomodo ruolo di album destinato a confrontarsi con l’illustre predecessore – riflesso di un glorioso passato - e ancor prima della pubblicazione, soggetto a paragoni in bilico tra eccessivi entusiasmi e serpeggiante scetticismo.
Un ellepì, come per tutte le uscite di quella che, a pieno diritto, può essere definita come una delle massime espressioni di sempre in ambiti Hard Rock, investito di grandi aspettative e speranze, destinato a costituire l’ennesimo momento fondamentale nell’esistenza del gruppo.

Come preconizzato dall’introduzione, i risultati sono, in fin dei conti, piuttosto spontanei e di facile lettura. Nessun tradimento e per fortuna, nessun passo falso nemmeno stavolta. Nessun tonfo o passaggio a vuoto ad incrinare la fiducia dei seguaci dello zio Dave.
Semplicemente e serenamente, “Forevermore” è un disco piacevole, che assomma grande classe e molte eccellenze, con un po’ di mestiere e furbizia. E che, visto sotto qualsiasi punto d’analisi ed osservazione, non collima nei contorni e nelle fattezze con le caratteristiche delle vette più alte prodotte in una discografia lunga ed articolata.
Pezzi molto buoni, alcuni degni delle migliori espressioni stilistiche tipiche dei Whitesnake, si miscelano con canzoni solo “carine”. Una tensione emotiva che non si mantiene, come accaduto con il conturbante “Good To Be Bad” (non si scomodino “1987” ed altri titoli leggendari), livellata su toni da cardiopalma per l’intera durata del cd. Ed un complesso di tracce che sollazza l’ascoltatore, ma sa prendersi il lusso più che legittimo di vivere, di tanto in tanto, “di rendita”, indugiando su qualche riempitivo che non ha nulla per infastidire, ma nemmeno, incide solchi indimenticabili nel cuore degli adoratori di Coverdale.

“Forevermore” vive essenzialmente di un'ottima parte centrale, contornata da un esordio ed un finale soltanto “onesti”, orientati sull’offerta di un  hard rock sincero e maledettamente intriso di blues. Ed è proprio in queste aree della tracklist, che si materializza il più classico dei meccanismi utilizzati dalle grandi band per ispessire un prodotto altrimenti incompleto o troppo esiguo nei numeri. Quello del “mestiere”, esemplificazione di un modo di scrivere brani che ben s’innestano nel coro, ma fungono da gradevoli comprimari, destinati a non lasciare segni davvero tangibili di percezioni legate a slanci di fantasia o sogni infiniti tradotti in musica.
Il livello qualitativo è superiore, inappuntabile, tale da incenerire ancora la gran parte dei restanti competitori presenti sulla piazza. Ed induce ad un apprezzamento che si amplifica con l’energia delle chitarre eccitate di Doug Aldrich e Reb Beach, i due veri protagonisti dell’album.
Ma le scintille di passione rosso fuoco, la vorace e viscerale “fame” d’emozioni, l’ardente ed insopprimibile ricerca di scenari quasi epici nel proprio orgoglioso romanticismo, un po’ si fa da parte, lasciando spazio a musica “solo” buonissima. Che però, in questi particolari frangenti, non s’incatena indissolubilmente all’anima.

Ascoltare l’esuberante verve di “Steal Your Heart Away” – reminescenza antica, come per altri episodi, di “Saints And Sinners” e “Slide It In” – ha comunque effetti consolatori, esattamente come il passaggio del solido e tonante hard rock di “All Out Of Luck” e del singolo “Love Set You Free”, canzoni perfette per mettere in luce due aspetti altrettanto fondamentali di questo “Forevermore”. La coppia di asce Aldrich / Beach è senza dubbio tra le meglio assortite nella storia degli Snakes e la voce di Coverdale, ahinoi, non è più quella di una volta. Troppi eccessi sbraitati in anni di concerti su è giù per il pianeta hanno lasciato qualche segno, ed il mitico zio Dave, di tanto in tanto, sembra perdere quella profonda “setosità” vocale che scintillava anche sulle note più alte.
Il meglio inizia però di lì a poco, con “Easier Said And Done”, iper classico slow di scuola Coverdale dai toni vellutati, un pizzico scontato nel testo, ma immensamente godibile nell’incedere, che prelude a quello che è il colpo magistrale del disco, la bellissima ed articolata “Tell Me How”.
In meno di cinque minuti, un condensato di arte made in Whitesnake: chitarre ispirate, voce che graffia ed andatura inesorabile, imbevuta finalmente di quella grandezza che squarcia il cielo con fulmini di hard rock cromato e raffinatissimo, in pieno stile anni ottanta.
La vitalità di “I Need You”, offre poi un ulteriore passaggio di rock gioiosamente vigoroso, seppur meno vincente nelle vocals del leggendario frontman, a tratti – cosa per il sottoscritto paragonabile ad un cataclisma – persino un po’ gracchiante.
Il momento “buono” continua con l’acustica “One Of These Days”, pronta ripresa per il sommo singer, di nuovo protagonista di un pezzo in cui far valere, sopra ogni altra cosa, la grande espressività d’interpretazione e le magnifiche colorazioni di una voce senza eguali. Concludono lo stato di grazia, gli immancabili riverberi derivanti da “1987” intitolati “Love And Treat Me Right” e, ancor di più “Dogs In The Streets”, due episodi che, a partire dall’articolazione dei riff e delle sonorità chitarristiche, ricordano senza inganni il grande masterpiece dei tempi gloriosi.

Ancora acustica con la suggestiva “Fare Thee Well”, prima di lanciarsi in un finale riservato a tracce dalle sonorità di nuovo blues rock, talora, assimilabili quasi ad estratti rapiti dall’interessante ma non sempre incisivo “Restless Heart” e dal solo project concepito da David Coverdale in compagnia di Jimmy Page nell’ormai lontano 1993.
“Whipping Boy Blues”, “My Evil Ways” e la conclusiva “Zeppeliniana” title track, fungono da commiato per un disco che, considerato nel complesso, pare proprio non mancare di buona musica ed episodi significativi. Che avrebbe forse potuto essere prodotto meglio (i suoni a volte paiono, in effetti, leggermente impastati, con le chitarre in eccessiva evidenza ed il basso di Michael Devine del tutto “annegato”) ma che, in fin dei conti, si anima ancora nella propria interezza di tutte quelle caratteristiche che hanno reso celebre, unico e leggendario il grande e totemico serpente bianco.

In sostanza, “Forevermore” è tutto qui, in queste due semplici affermazioni.
Un buon disco, fedele sin dalla copertina allo stile degli Snakes? Assolutamente sì.
Un capolavoro paragonabile ai classici o, quanto meno, allo sfavillante “Good To Be Bad”? Purtroppo e non senza un briciolo di quell’amarezza che evocavamo all’inizio, assolutamente no.
 
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Tracklist:

01.    Steal Your Heart Away
02.    All Out Of Luck
03.    Love Will Set You Free
04.    Easier Said And Done
05.    Tell Me How
06.    I Need You (Shine A Light)
07.    One Of These Days
08.    Love Me And Treat Me Right
09.    Dogs In The Streets
10.    Fare Thee Well
11.    Whipping Boy Blues
12.    My Evil Ways
13.    Forevermore

Line Up:

David Coverdale – Voce
Doug Aldrich – Chitarra
Reb Beach – Chitarra
Michael Devine – Basso
Brian Tichy - Batteria
 

 
80