Recensione: Forgotten Lands

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Con “Forgotten Lands”, album che ci troviamo a curare in queste righe, i tedeschi Booze Control raggiungono l’importante traguardo del quarto disco. Una carriera iniziata nel 2011, che ha i visto i Nostri aumentare piano piano i propri consensi e così, dopo due lavori autoprodotti, il quartetto di Braunschweig si è dapprima accasato presso l’etichetta Inferno Records, pubblicando nel 2016 “The Lizard Riders”, e ora presso la nostrana e più prestigiosa Gates of Hell Records, succursale della Cruz del Sur Music. L’aver nominato la Cruz del Sur Music mette già le cose in chiaro su cosa dobbiamo attenderci dal combo teutonico: passione e fede incondizionata per le sonorità più classiche. Una dose di acciaio tonante, che segue la lezione impartita dagli anni Ottanta, ben distante dalle mode del momento e devota a un unico credo, che risponde al nome di “heavy metal”.

 

Basta inserire il disco nel lettore e premere “play” per rendersi conto che “Forgotten Lands” è esattamente questo: un lavoro dal marcato flavour ottantiano. I Booze Control mettono così a segno dieci tracce in cui i richiami alla NWOBHM, Iron Maiden in primis, sono facilmente riconoscibili. Fanno inoltre capolino elementi della scena old school americana, senza dimenticare i chiari riferimenti alla lezione tedesca. Compaiono anche dei rimandi ai Mercyful Fate, come accade nel ritornello di ‘The Namless’ e in ‘Of the Deep’. Sono sufficienti queste poche righe per comprendere come “Forgotten Lands” sia un lavoro messo a segno da dei defender, realizzato e pensato per i defender. Non esistono mezze misure, qui troviamo solo la fede, il “True Metal”.

 

L’album ruota attorno all’ottimo guitarwork del duo Kuri-Seiler, che siglano delle ritmiche di maideniana memoria, inserendo elementi che riportano alla mente Accept e Running Wild. Il lavoro delle chitarre, con la sua anima rétro, è il vero punto di forza dei Booze Control e risulta curatissimo, sia in sede ritmica, che solistica. Nulla di innovativo o iper-tecnico, ma il risultato è sicuramente pregevole e coinvolgente. Purtroppo non possiamo dire la stessa cosa della batteria, che risulta un po’ troppo lineare durante tutta la durata del platter, non riuscendo a donare quella dinamica che avrebbe permesso al disco di imporsi su ben altri livelli. Questo aspetto è ancora più evidente quando il guitarwork risulta meno ispirato e un po’ più scontato, facendo perdere a “Forgotten Lands” parte di quel tiro che un album del genere dovrebbe avere. Ci troviamo così al cospetto di una prima parte terremotante, dove spiccano la veloce e accattivante title track, ‘Attack the Axeman’, con un Lauritz Jilge che ci regala il miglior drumming del disco, e la già citata ‘The Namless’. La fase centrale tende invece a zoppicare, non riuscendo trasmettere la stessa adrenalina, con i piccoli difetti citati in precedenza che escono allo scoperto. “Forgotten Lands” torna poi a regalarci grandi emozioni nella sua fase finale, grazie a tracce come ‘Thanatos’ e ‘Doom of Sargoth’, il cui ritornello risulta irresistibile.
Degna di nota anche la prova al microfono del chitarrista-cantante David Kuri, un po’ acerbo ma capace di tracciare linee vocali efficaci. Forse un cantante di ruolo, con una voce più impostata, avrebbe potuto trasmettere maggiore enfasi, ma Kuri fa sicuramente la sua figura.

 

Come dicevamo, i Booze Control hanno negli Ottanta il loro punto di riferimento e l’anima rétro citata in precedenza non vale solo per l’operato delle chitarre e il songwriting. Anche missaggio e produzione risultano tali, proiettandoci ulteriormente a ritroso nel tempo. Una scelta voluta, che si addice alla perfezione alla proposta del quartetto. Ovviamente, anche la copertina non poteva sottrarsi a questo dogma, e così, “Forgotten Lands”, già a partire dall’impatto visivo, mette subito le cose in chiaro. Nella copertina, poi, è impossibile non notare quel richiamo, voluto o meno, alla mantide religiosa dei Praying Mantis.

 

Come facilmente intuibile da quanto fin qui scritto, “Forgotten Lands” è un album indicato per i defender più puri, quelli che vivono a pane e heavy metal ottantiano. Certo, come approfondito in sede di analisi, il platter presenta qualche piccolo passaggio zoppicante ma, allo stesso tempo, evidenzia una compagine in netta crescita, che realizza forse il suo disco più maturo. Poc’altro da dire. Se siete alla ricerca del “vero metallo”, i Booze Control sapranno farvi divertire. Sapete cosa fare, defender.

 

Marco Donè

 

 

 
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