Recensione: ...Frevel...

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A discapito del nome, non ci troviamo di fronte a nessuna band londinese. I Mayfair sono un quartetto austriaco attivo dal lontano 1989, giunti all’esordio discografico nel 1993 con Behind… ed autori in seguito di altri quattro album, attraversando peraltro un lungo break tra il 2000 e il 2010.
Il 2019 li vede uscire con l’ultima fatica discografica intitolata …Frevel… distribuita dalla Pure Steel Records. Per chi non fosse ferrato con i nostri, sappiate che dove i primi album erano maggiormente contraddistinti da un’impronta progressive rock, gli ultimi lavori li vedono tendere la mano verso un sound più commerciale e quadrato. Non necessariamente un male, giusto?

Frevel comincia nel migliore dei modi, ovvero con Evil Christine, brano d’apertura ideale per mettere in tavola gli ingredienti di un buon disco di rock melodico, abbastanza lineare ma non per questo privo di soluzioni interessanti e di un piglio che strizza l’occhio all’interessante utilizzo di parti acustiche nel corso dei brani. Certo che il cantato in lingua tedesca non cammina mano nella mano con quello che gli ascoltatori al di fuori dei confini casalinghi (o strettamente limitrofi) della band potrebbero desiderare, ma dopo qualche minuto si entra totalmente in confidenza con il sound dei Mayfair e se non sarete troppo pignoli, può davvero capitare di non far caso all’intercalare di uno degli idiomi più aspri al mondo. Adesso capite perché i Rammstein non hanno interesse nel cantare in inglese, vero?

Scherzi a parte, Frevel dispensa una buona dose di divertimento, senza però eccellere sotto alcun fronte e restando in qualche modo pressoché ancorato ai brani più convincenti come l’opener, oppure Ungetaktet, giusto per citarne un paio, ma anche la più misteriosa Atme, carica di toni progressive. Non si ha la percezione che sia stato composto frettolosamente, ma d’altro canto è come se i Mayfair si fossero dati appuntamento in studio per una session con alcuni brani da perfezionare, dove soltanto alcuni dei quali erano destinati a finire in sala d’incisione, ma alla fine ci troviamo con 11 canzoni che ascoltandole anche più volte stentano ad entrarti nella scatola cranica come avrebbe potuto fare un lavoro un po’ più meticoloso, soprattutto in fase di arrangiamento. Il sound è fedele alle intenzioni della band, con la voce in primo piano e le chitarre che si impastano abbastanza quando si utilizza una distorsione marcatamente soft-rock. Le parti acustiche sono quelle più convincenti, ma in quel caso avrei preferito un cantato più dolce, gentile, anglofono insomma. Come spesso capita di leggere e sentir dire per b-movies horror, Frevel saprà farvi trascorrere tre quarti d’ora di svago, ma niente di più.  

 
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