Recensione: From The Abyss They Rise

Di Daniele D'Adamo - 24 Agosto 2014 - 17:41
From The Abyss They Rise
Band: Pantheon I
Etichetta:
Genere: Black 
Anno: 2014
Nazione:
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77

 

Sembrava fossero partiti con il piede giusto, i blackster norvegesi Pantheon I. Nati nel 2002, hanno avuto una prima parte di carriera proficua e ricca di soddisfazioni, con un demo (“Demo MMIII”, 2003), due singoli (“Pantheon I”, 2004; “Serpent Christ”, 2009) e ben tre full-length (“Atrocity Divine”, 2006; “The Wanderer And His Shadow”, 2007; “Worlds I Create”, 2009) nel carniere.

Poi, a fine 2012, quando era in lavorazione il quarto album di cui si era già deciso il titolo (“Adversus Religionem”), giunge l’inatteso stop. Ora, dopo quasi anni di silenzio, arriva questa compilation a rianimare le speranze per un pieno ritorno sulle scene della formazione di Oslo.

“From The Abyss They Rise” ripercorre le orme di Kvebek e compagni all’indietro nel tempo partendo da quattro brani inediti (“Pariah”, “Martyr”, “What Lies Beneath”, “From The Abyss They Rise”) che rappresentano il presente. Per passare a “I’ll Come Back As Fire”, facente parte della colonna sonora dell’horror film statunitense “Someone’s Knocking At The Door” (2009), dalla cover di “Thus Spake The Nightspirit” degli Emperor (da “Anthems To The Welkin At Dusk”, 1997) e quindi da un altro inedito dall’origine però più antica (“Core Of The Soul”).

Per concludere il viaggio con “Transparent” e “Is This A Prophecy?” da “Pantheon I”, quindi “Myopic Dark Eyes”, “A Shadow”, “Impious Spirit” e “Enter The Pantheon” da “Demo MMIII”; tutte e sei in rigoroso ordine inverso rispetto alle pubblicazioni originali. Che non hanno nulla di diverso, come suono, da quelle qui riproposte, affinché si possa percepire concretamente il cammino evolutivo della band nel corso degli anni.

Una buona occasione, quindi, per farsi un’idea precisa del black dei Nostri. Il quale fonda le proprie radici nella tradizione nordica del genere, senza particolari scostamenti dai dettami classici che l’hanno caratterizzato sin dai primi anni ‘90. Pur non presentandone analoga maestosità sinfonica, il paragone più immediato è con gli Emperor, dei quali – non a caso – viene riproposta la rivisitazione di uno dei brani più noti. Com’è accaduto nel caso di Ihshan e soci, i Pantheon I paiono averne mutuato la ‘death-izzazione’. Dalle song di “Demo XXIII” a quelle che faranno parte del nuovo lavoro, appare chiaro un percorso volto a indurire il sound nelle sue componenti chitarristiche. Riff più compressi e massicci (“Martyr”), via via più lontani dal caratteristico suono a zanzara del black primigenio (“Core Of The Soul”). Tanto è vero che, proprio in “Martyr”, si odono con insistenza alcuni echi del ‘blackned death metal’ à la Behemoth.     

Non bisogna tuttavia pensare che i Pantheon I abbiano soltanto scopiazzato qua e là tutto quanto necessario per imbastire uno stile meramente derivativo. Al contrario, pur non eccellendo per originalità, canzoni come “Enter The Pantheon” mostrano sin dall’inizio della storia del quintetto scandinavo una spiccata propensione alla più cupa malinconia. Come testimonia la presenza costante, nella line-up, della violoncellista Live Julianne. Capace di offrire ai compagni quel tocco di funesta tristezza sì da spingere l’ensemble in una propria e univoca direzione.   

Per il resto, i pezzi presenti mostrano una costante passione per l’altissima velocità, culminante nelle tremende accelerazioni dei blast-beats; nonché per l’erogazione di riff violentissimi, sempre più articolati e complessi con il passare del tempo. Poca anzi pochissima la melodia benché siano numerosi gli intermezzi curati dal violoncello. Più presenti rispetto alla media le rutilanti e dinamiche bombardate del basso.

Citando infine Kvebek come corretto esempio di vocalist black, grazie al suo screaming possente, mai esasperato, ecco che si può dire conclusa la dissertazione su “From The Abyss They Rise” e il sound dei Pantheon I. Sperando di avere altre loro buone notizie, a breve.
     
Daniele “dani66” D’Adamo
 

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