Recensione: From The Very Depths

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Tornano a calcare le scene, dopo il modesto “Fallen Angels” (2011), i Venom capitanati dall’inossidabile Cronos. Particolare doveroso da specificare, dato il recente riavvicinamento tra Mantas, Abaddon e Tony “Demolition Man” Dolan, con il moniker Venom Inc., per riprendere evidentemente il discorso abbandonato dagli stessi dopo “The Waste Lands” (1992).


Quale delle due incarnazione sia la più meritevole, la più “true”, quale quella spinta solo da meri interessi commerciali o viceversa quella mossa da pura passione, quale abbia davvero ragione d’esistere, oppure perché il trio non torni semplicemente alla formazione originale, sono tutte domande che non troveranno una risposta univoca ed infallibile, allo stato attuale. Fatto sta che potendo contare finalmente su una certa stabilità di formazione, con il trittico Cronos, Rage e Danté incredibilmente ancora lì immutato dopo più di un album, e dopo aver raccolto consensi un po’ ovunque con il tour dello scorso anno - che ha fatto tappa pure in Italia (Cascina, Pisa), lo scorso agosto, mettendo d’accordo in buona parte grandi e piccini -, i Venom si ripresentano con il qui presente “From The Very Depths”.


L’album si apre alla grande, dopo l’inutile intro “Eruptus”, con l’ottima “From The Very Depths”. Un brano oscuro, cattivo, finalmente degno del nome che figura sulla bella copertina. Forse il migliore del lotto, tanto da illuderci che i nostri beniamini siano tornati con un disco in grado di spazzare via anni ed anni di desolazione. Missione, invece, solo in parte riuscita. È bene dirlo fin da subito. Ma torniamo alla title-track, dato che vale la pena analizzare più a fondo un elemento in particolare, che caratterizza un po’ tutta la release: finalmente Rage è riuscito ad uscire dall’imponente ombra di Cronos ergendosi ad attore con una parte determinante e non più semplice comparsa. Il suo stile, inevitabilmente debitore verso i suoi predecessori, qui riesce a prendere forma ed il suo ruolo non è più quello di limitarsi ad accompagnare le torrenziali note di Cronos al basso, come evidenziato nella precedente disamina. Non a caso il pezzo si apre proprio con un suo assolo vincente ed ha pure la possibilità di ripetersi altre due volte prima che la voce rabbiosa e schiumante di Cronos chiuda in solitaria il brano. Ottimo anche il ritornello, di quelli che si imprimono subito in testa, come ai bei tempi. L’album, poi, prosegue sui binari giusti con la coinvolgente “The Death Of Rock’n’Roll”, che preme decisamente sull’acceleratore e la doomeggiante “Smoke”, forse un pizzico ripetitiva, ma complessivamente ben fatta. Un trittico che garantisce una certa varietà al disco.


Il primo calo compositivo si ha con “Temptation”, complice uno dei riff più triti che i Nostri potessero proporre, al quale mette una piccola pezza un refrain catchy che, però, da solo, non basta a risollevare le sorti del brano. Prevedibile, ma di sicura resa, “Long Haired Punks”. Basta il titolo per capire il tipo di canzone che affronteremo… Una formula collaudata, alla quale i Venom non possono rinunciare e che, ad ogni modo, è sempre stata nelle loro corde. Raramente hanno deluso con pezzi del genere, tra punk e stile-Motörhead, e non è questo il caso. Segue poi uno degli highlight del disco, la caustica “Stigmata Satanas”, che inaugura una serie di alti e bassi compositivi con la riffeggiata “Crucified”, la lenta e tenebrosa “Evil Law” e la veloce “Grinding Teeth”, tra tentativi di autoplagio, segmenti a volte dirompenti, altre anonimi. “Ouverture” è un breve arpeggio che introduce la potente “Mephistopheles”. Pezzo apprezzabile, se si passa sopra al fatto che il riff portante è molto simile a quello di “Domination” dei Pantera e che Danté non è certo Vinnie Paul (anche se complessivamente la sua prova sul disco è più che positiva e senz’altro migliore di quanto fatto su “Fallen Angels”), per la gran carica che riesce a trasmettere. Poco altro aggiunge “Wings Of Valkyrie” e fondamentalmente “Rise”, in chiusura, è quasi trascurabile, per quanto a tratti possa pure risultare interessante, essendo stata concepita per scaldare gli animi del pubblico presente ai loro show, per coinvolgerlo a cantare ed urlare a squarciagola. Sulla versione da studio, infatti, sono stati inseriti dei “finti” cori e quant’altro per riprodurre l’atmosfera on stage.


Si chiude così un album che rappresenta un deciso passo avanti per la compagine di Cronos, anche perché finalmente si può dire di avere a che fare con una band vera e propria e non con turnisti pagati per far d’accompagnamento al leader del gruppo. A voler essere un po’ cattivelli verrebbe da pensare che probabilmente questa line-up avrà vita breve, perché nessuno deve minimamente provare ad oscurare la presenza fin troppo ingombrante di Cronos – da qui, la quasi certezza di non rivedere in futuro all’opera la formazione originale. Ma forse le cose non stanno così e probabilmente è lo stesso frontman ad essersi reso conto della necessità di avere attorno a sé un gruppo affiatato, per l’economia dello stesso. Tuttavia, pur essendoci dei brani davvero validi, su “From The Very Depths” permangono alcuni dei difetti che caratterizzavano la release precedente, primo fra tutti quella inspiegabile smania di inserire un numero così elevato di brani, quando basterebbe metterne pochi ma buoni, mantenendo una media più elevata.

 
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