Recensione: Gateways

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Produzione approssimativa ma soddisfacente per un giovane gruppo che ha all'attivo un solo ma apprezzabile demo bissato da questo Gateways, compendio power metal di matrice volutamente ottantiana.
Gli Elvenpath allegano al disco in questione anche una piccola e divertente autobiografia che apre con una frecciata alla propria città d'origine, Francoforte, che a detta dei ragazzi, è sovrappopolata da Techno Fans e Nu “Metal” Kids ed all'interno della quale se ne sentono una piccola ma predestinata eccezione.
Blind Guardian, Iron Maiden, Gamma Ray, Judas Priest e Fates Warning sono le chiare e confermate ispirazioni del quartetto teutonico che rende omaggio ai capisaldi sin dalle prime note di The Land That Could Not Be nella quale batteria ad elicottero ed abusati riff di chitarra spadroneggiano appoggiando una voce piacevole ma estremamente impersonale in fase di impostazione e che tenta di riciclare, non riuscendoci, i tratti tradizionali di maestri osannati quali Bruce Dickinson e Fabio Lione.
Singolari le liriche destinate a questa traccia che si rifanno interamente alla situazione politica in Kurdistan, un paese dove la gente è costantemente sotto persecuzione dalle forze di occupazione e che è causa della perdita di elementi somatici quali linguaggio e cultura. Indipendenza per il Kurdistan chiedono gli Elvenpath; ma può un testo del genere rapportarsi a sonorità vicinissime, in questo caso, all'happy-metal?

Da apprezzare il sacrificio della band di Francoforte che nel 2002 rifiutò di firmare un contratto per guadagnare esperienza e manualità nelle molteplici live appearence effettuate sino ad oggi, sacrificio per il quale l'unico che ne ha giovato è proprio Gateways che appare distintamente più maturo e con capo e coda ben definiti.

Naturalmente, e come spesso accade, non sono tutte rose e fiori; mi riferisco nella fattispecie agli abusi degli eccessivi soliloqui che si trasformano spesso e volentieri in monologhi che riescono a far perdere automaticamente la melodia filo-conduttrice del brano; come a voler strafare provando a “buttare” nella pentola tutti gli ingredienti senza mantenerne un ordine preciso. Conseguenza che pesa fortemente sul valore finale del lavoro.

I peccati di inesperienza sono facilmente distinguibili durante l'ascolto di Shade of a Wolfsface e Amazone Queen seguiti dal brano migliore del lotto, Winterland, che offre uno spunto vocale di Michael Petrick degno di nota per un pezzo che si trasforma passando da una prima parte lenta e sensuale ad una seconda veloce ed aggressiva richiamando lo stile inconfondibile della nwobm.
The sacred Talisman è l'ultimo omaggio alla novella “The Talisman” scritta da Stephen King e Peter Straub; suite (10 minuti) che ha il suo punto focale nel chorus di impatto e negli apprezzabili soli di chitarra effettuati da Till Oberbossel; leader del gruppo.

Giunto all'epilogo della recensione, mi riservo di giudicare positivamente l'operato degli Elvenpath che si rivela piacevole anche se allo stesso tempo monotono.
Resto in attesa di ascoltare il loro debutto a fronte di una firma di un contratto con un'etichetta che li possa mettere in condizioni di esprimersi al meglio, anche perché, le idee ci sono e devono essere sfruttate meglio di quanto fatto su Gateways.


Gaetano “Knightrider” Loffredo


Tracklist:
01.The Land that could not be
02.Shade of a Wolfsface
03.Amazone Queen
04.Winterland
05.The Sacred Talisman

Contatti:
ELVENPATH
c/o Till Oberbossel
Mainzer Landstrasse 374
60326 Frankfurt
Germany

 
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