Recensione: Ghosts of Yet to Come

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Chissà se ne avevano coscienza, mentre assaporavano il gusto della fama, che faceva capolino tra un video su MTV e un supporto ai Bon Jovi.

Chissà se capivano di essere ballerini sui propri sepolcri, che giornalisti opportunisti e il vento nuovo nelle camicie di flanella stavano indorando.

Chissà. Se tutto fosse accaduto solo un lustro prima, forse anche i Little Angels si starebbero godendo le royalties, assieme ai vari Poison e Great White. O forse no, perché l'Inghilterra non è la California e l'hard rock sanguigno dei Little Angels aveva poco da spartire con il glam americano.

Fatto sta che Jam, ottimo album del 1993, fu l'ultimo prodotto della band, fagocitata dal delirio grunge, capace di far suonare vecchio tutto ciò che fino a poco prima riempiva televisori e arene.

Non incrociavo più Toby Jepson, voce iperdistintiva dei Little Angels, dall'aprile del 1993 quando, appunto, la band apriva per i Bon Jovi di Keep the Faith al Forum di Assago (per inciso, la sera prima il Rolling Stone aveva visto la prima calata italiana dei Dream Theater, a supporto di Images and Words). Toby aveva fatto un figurone: grande voce, notevole carisma, tenuta di palco da potenziale rock star. Tutto in divenire, ma castrato da un tempismo inopportuno.

Seguirono una carriera solista altalenante e  brevi, ma significative, presenze nelle line-up di Fastway e, soprattutto, Gun, oltre che esperienze come autore e produttore di varie band, tra cui The Answer.

Ed eccolo qui ancora il bravo Toby, quasi venticinque anni dopo il nostro ultimo incontro, ad arricchire con una prestazione freschissima la sua nuova band, chiamata Wayward Sons, che pubblica ora presso Frontiers il proprio debutto, Ghosts Of Yet To Come.

Circondato da esperti musicisti (ex membri di band come Spear Of Destiny, Treason Kings e Chrome Molly), l'ex voce dei Little Angels regala un ottimo album di hard rock ben scritto, ottimamente suonato e giustamente prodotto. I richiami alla band madre non possono mancare, ma sono tali da risultare più dovuti alla sincera ispirazione di Jepson che non a poveri calcoli commerciali, che nel 2017 non avrebbero in vero grande ragion d'essere.

Un bel groove attraversa l'intero disco, che si configura come un vero piacere per il rocker in astinenza di riff pieni di feeling e melodie catchy ma non banali. Insomma, il genere è invecchiato bene e resisto alla tentazione di definire Ghosts Of Yet To Come un disco che suona come avrebbe fatto in quel lontano inizio di anni novanta. Non è così: i Wayward Sons suonano un genere ormai eternizzatosi e, dunque, tanto fuori dal tempo da sembrare sempre attuale.

L'apertura è nel riff rotondo e un po' settantiano di Alive: sentori di Whitesnake e Kingdom Come, ben amalgamati e personalizzati.

Seguono Until the End e Ghost, che suonano decisamente Little Angels: party song dal gran tiro e forti di melodie semplici e mai scontate, valorizzate da arrangiamenti frutto dell'esperienza assommata dai membri della band. Insomma, un bel godimento per chi è cresciuto con questi suoni.

I don't Wanna Go è il primo singolo estratto dall'album. Non che ciò conti più di tanto in questi tempi di dislocazione digitale, ma la scelta può informare sull'idea che la band vuole dare di sé al mondo. Il pezzo è piacevole, costruito intorno a un'idea di ritornello vincente, ma non tanto ficcante quanto i bei pezzi che lo precedono nel disco.

Ancora divertimento con la simpatica e saltellante Give It Away, che avremo anche ascoltato un milione di volte, con i titoli più diversi, ma che mai stanca, soprattutto se impreziosita di una prestazione perfettamente calzante della band.

Più modernista ed heavy è Killing Time, forse un po' fuori contesto e per questo sostanzialmente trascurabile. Per fortuna Crush risveglia tutti, integrando bene l'anno 2017 nelle pieghe del passato glorioso di Toby: diretta, melodica, piena di groove, Crush non stanca mai, quasi melanconica nel suo incedere tanto hard rock. Bella.

Ritornano modi e ritmi di Jam in Be Still, a conferma della personalità immediatamente riconoscibile della musica che fu dei Little Angels: Toby canta come allora e la canzone risulta fresca e mai forzata.

Small Talk mantiene alto il ritmo. Veloce, aggressiva, tutta d'un fiato, la canzone ha ottime potenzialità live, anche grazie a un ritornello che meriterebbe molto più di quanto, purtroppo, lo stato attuale del mondo musicale concederà ai Wayward Sons.

Infine, ci si aspetta una ballad. E, invece, ecco il bel mid tempo di Something Wrong, che piacerebbe agli Steel Panther con il suo incedere scanzonato e perfetto per chiudere in allegria un album divertente ma non superficiale.

I Wayward Sons fanno bene al genere. Sono la testimonianza che l'hard rock è vivo e in grande forma. Riuscendo nel difficile compito di mediare tra esperienza e irruenza, la band ci consegna un disco che merita di essere ascoltato e riascoltato, in auto come in casa, con le cuffie o lo stereo a palla, rilassandosi o facendo l'ennesimo air guitar. Insomma, un gran bel disco di hard rock: niente di più, ma soprattutto niente di meno.

 
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