Recensione: Golden Metal - The Quest For The Inner Glory

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Golden metal!
Is the light at the end of the world
Golden metal!
Is the truth in the depths of rour soul

 

 

Nel guardare l’artwork barocco del progetto Golden Metal (simile a quello dei Dreamtone & Iris Mavraki's Neverland del 2008) si capiscono già molte cose. Dopo aver sfogliato il booklet, ricco di particolari circa la genesi dell’album, non ci sono più dubbi, siamo di fronte a un album curato nei minimi dettagli. Il mastermind è Antonio Giorgio, cantante avellinese con all’attivo diversi album autoprodotti e audizioni per band del calibro di Kamelot, Royal Hunt e Conception. Ama, altresì, il rock progressivo e ha registrato la cover di “I will come for you” in un disco tributo dei Virgin Steele prodotto in America. Tra gli altri riferimenti musicali aggiungiamo nomi come Blind Guardian, Dokken, Dio, Queensryche, ma anche Wagner e colonne sonore d’autore. Un altro Luca Turilli, dunque? Non proprio, in The quest for the inner glory non ascoltiamo un symphonic metal vicino ai Rhapsody of Fire dell'era Magic Circle, ma un più schietto heavy/power con virtuosismi chitarristici e un concept, questo sì, invece, vicino alla vena visionaria del compositore triestino.
Si tratta di un viaggio dal sapore esoterico/alchemico verso l’illuminazione della coscienza del protagonista Gabriel, cui s’intreccia una storia d’amore. Giorgio nel libretto cita Jung e sceglie di chiamare in causa niente meno che William Blake come guida iniziatica in questo viaggio mistico (ci sono anche alcune sue illustrazioni nel booklet, ripeto, curatissimo).
Il disco ha richiesto quasi  due  anni  per la sua realizzazione finale e sono stati chiamati in causa musicisti  provenienti dalla  band  italiane come Fogalord, Astrai  Domine (ora divenuti Veil of Conspiracy) e Thunderproject.

La scaletta è ambiziosa e ha un minutaggio generoso; nella prima e nelle ultime posizioni troviamo brani dalla durata sopra la media.  Nella limited edition è presente anche un bonus disk con varie cover delle band amate da Antonio Giorgio.

L’opener programmatico, “Golden Metal”, si compone di otto minuti, tanta potenza e un doppio pedale che farà la gioia di molti batteristi. Il refrain è orecchiabile (ma non memorabile) e non manca una coda acustica da brivido, con soundscape suggestivi. Si sentono alcuni ascendenti legati ai Virgin Steele nella successiva “Lost & Lonely (Desperate Days)”, un mid-tempo senza infamia e senza lode. “The Vision” entra nel vivo del concept e i bpm raggiungono ritmi più che spediti. Questo il testo alchemico del chorus: “Into your Vision, Into your Prison/There is a treasure beyond heaven and hell,/ The secret Fire, the holy water/The magic mirror that reveals your divine face”.

Il breve intermezzo di pianoforte e tastiera, intitolato “The Calling”, ricorda il tema di una delle tante ballad memorabili dei Rhapsody of FIre (soprattutto "The magic of the wizard’s dream") e si rivela un perfetto trampolino per “The Voice Of The Prophet”, pezzo heavy/power dove convincono gl’intrecci tra synth e chitarre. Le atmosfere sono epiche, ma originali in un connubio riuscito di ritmiche metal e melodie ariose. È la volta della suite tripartita “Beyond heaven and hell”. Il primo breve capitolo recitato (sembra di sentire Andre Matos a scandire i testi arcani) lascia spazio alla rocciosa “Luminous Demons”, che ingloba una citazione di Blake presa postmodernamente da un album dei già menzionati Virgin Steele. La suite di chiude senza cedimenti con “Keeper Of Truth”, forse il pezzo più speed dell’album. Tinte più oscure e sound sabbathiano per “The Reaper”, sarebbe stato bello sentire qualche parte in growl ma dobbiamo farne a meno. Nel booklet compare la celebre illsutazione di Gustave Doré alla poesia The Raven di E. A. Poe. “Forever We Are One” inizia con un crescendo immaginifico, poi prosegue con qualche alto e basso, non convincono certe linee vocali, l’ultima parte del brano, però, regala buoni attimi strumentali.
Gran finale con “Et In Arcadia Ego” (lett. “Anch’io sono in Arcadia”, frase da riferirsi alla morte, onnipresente). Bisogna immergersi in questi undici minuti per assaporarne la visionarietà e la ricchezza di atmosfere messe in campo. Alla fine non ne resterete delusi ma arricchiti. Chiude il cerchio una cover dei Dokken, band amata da Giorgio, e che si sposa alla perfezione al concept.

Si può dire che The Quest for lnner Glory sia un album dotato della giusta personalità e ricercatezza. È musica per appassionati di musica metal e aspira a essere la colonna sonora di epiche gesta. Non convincono, tuttavia, le scelte di produzione (soprattutto relative al mixaggio della batteria). Anche le linee vocali del mastermind spesso peccano della giusta incisività e non hanno un range stellare. Chiamare in causa un cast di voci avrebbe giovato al progetto golden metal, ma così sarebbe diventato una metal opera, in tempi nei quali non mancano uscite di questo tipo. Per ora siamo su un livello discreto, per arrivare oltre aspettiamo un ulteriore salto di qualità, sicuramente Antonio Giorgio saprà continuare il suo percorso verso l’illuminazione.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 

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