Recensione: Gothic

Di Giuseppe Abazia - 9 Gennaio 2005 - 0:00
Gothic
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Anno: 1991
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90

Nei primi anni ’90, quando ancora Nick Holmes e soci non si erano lasciati corteggiare dalle sperimentazioni rock elettroniche che li hanno poi portati sui discutibili lidi in cui oggi si muovono, i Paradise Lost facevano doom metal. E che doom metal! Questa band britannica dello Yorkshire ha scritto alcune fra le pagine più alte di questo genere, e sembra davvero di ascoltare due gruppi diversi, paragonando i loro primi lavori con gli ultimi.
Eppure è così: il passato dei Paradise Lost è fatto di chitarre distorte e pesantissime, di growl, di atmosfere plumbee, oscure, decadenti ed eleganti. Il 1991 vide il rilascio di quello che è, oltre che uno degli album migliori mai composti dalla band inglese, uno di quei dischi in grado di segnare di un’epoca, di fare la storia di un genere musicale, quando non addirittura di creare un genere all’interno del genere. Stiamo parlando di Gothic: ma il nome non tragga in inganno, ciò che propongono i Paradise Lost in questo album è del granitico, sfibrante e devastante doom/death metal. Un’evoluzione del precedente platter con cui si erano fatti conoscere un anno prima, cioè Lost Paradise, l’eccellente debut con cui avevano iniziato a gettare le basi (e che basi!) di ciò che sarebbero diventati di lì a poco; ma mentre il debut era maggiormente legato a sonorità death, quasi da farlo sembrare un death metal rallentato, Gothic stempera in parte la forse eccessiva pesantezza da cui era caratterizzato il loro primo album. Abbiamo quindi tempi meno dilatati, ma sempre generalmente lenti, come nella miglior tradizione doom, che si vanno a fondere con parti più veloci, e atmosfere leggermente meno opprimenti, ma sempre decadenti e oscure. Ottime le performance di tutti gli elementi del gruppo, fra cui però spiccano senza dubbio Nick Holmes e Gregor Mackintosh, rispettivamente cantante e chitarra solista: il primo ci delizia qui con una delle sue migliori prestazioni dietro il microfono, ossia un growl potentissimo, cavernoso, lacerante… mentre il secondo fa sfoggio di alcune delle melodie più malinconicamente potenti e alcuni degli assoli più ispirati che siano mai apparsi nei Paradise Lost. Le canzoni, a differenza di molti altri gruppi doom, non sono particolarmente lunghe, e si assestano tutte intorno ai 4-5 minuti, cosa che le rende un ascolto non eccessivamente ostico anche per chi non ama questo tipo di sonorità. La produzione è leggermente grezza e sporca, ma questo non è da considerarsi un fattore negativo: al contrario, contribuisce a dare al suono un’impronta davvero rocciosa e asciutta.
I testi, scritti in modo piuttosto poetico, trattano temi come l’insicurezza della condizione umana, la perdita della speranza verso il futuro, l’ineluttabilità del destino, l’incertezza della fede… Nick Holmes dimostra di essere un eccellente compositore, capace di saper dosare le parole con la giusta intensità, mantenendo allo stesso tempo uno stile molto personale.

Ascoltando la prima bellissima canzone, Gothic, veniamo subito immersi nelle atmosfere opprimenti e angoscianti dell’album, e possiamo anche subito notare un elemento di novità nel sound dei Paradise Lost, ovvero l’inserimento di alcune parti cantate da un’eterea voce femminile, che rendono l’atmosfera della canzone più sottile, malinconica. Un espediente, quello della voce femminile, usato saggiamente e con molta parsimonia: in tutto l’album è presente solo in tre canzoni. Mentre Gothic ci cullava col suo ritmo lento, Dead Emotion (sicuramente un’altra delle canzoni migliori dell’album) inizia subito spedita, veloce, e si mantiene così per tutta la sua durata, eccezion fatta per un break orchestrale più o meno al centro, al quale segue uno degli assoli più coinvolgenti e ispirati di tutto l’album; da segnalare anche la presenza di sporadiche backing vocals femminili a fare da contraltare al growl. Shattered, la terza traccia, si discosta leggermente dalle altre: è l’unica canzone dove Holmes non canta in growl (che compare solo in alcuni, pochi punti), ma con una voce pulita molto cavernosa e profonda. Rapture, poi, all’inizio sembra riprendere l’incedere lento e sofferto di Gothic, ma ben presto esplode in una parte più veloce (dove spiccano delle ottime linee di basso): una contrapposizione, quella fra lento e veloce, che ha luogo più volte all’interno della canzone. La quinta traccia, Eternal è caratterizzata da una melodia molto malinconica, che riesce a trasmettere una sensazione palpabile di tristezza mista a rabbia e violenza, e rappresenta senza dubbio un’altra delle canzoni di spicco dell’album. Falling Forever invece ha un groove particolare, un ritmo incalzante, e un assolo centrale molto coinvolgente. La successiva Angel Tears è una strumentale abbastanza veloce, e introduce perfettamente Silent, che invece le si contrappone col suo andamento decisamente più lento e per un atmosfera particolarmente claustrofobica e pesante, che molto deve al growl di Holmes, che in questa canzone diventa di una potenza spropositata, ancora più lacerante e cupo delle altre canzoni. Nella penultima traccia, The Painless, torna a farsi sentire la voce femminile in alcune strofe (che ripropone l’alternanza col growl già sperimentata in Gothic) insieme a delle melodie parecchio malinconiche che perfettamente si sposano con la soluzione delle due voci. Una imponente strumentale orchestrale, Desolate, infine conclude questo splendido album.

Un album di grandissima importanza storica, questo Gothic, che fotografa i Paradise Lost in uno dei periodi più ispirati della loro carriera: non a caso è una pietra miliare unica nel suo genere, un album che è stato capace di creare un certo modo di intendere e suonare doom, e che tutt’oggi resta uno dei punti di riferimento massimi del genere. Un disco epocale.

Giuseppe Abazia

Tracklist:
1 – Gothic
2 – Dead Emotion
3 – Shattered
4 – Rapture
5 – Eternal
6 – Falling Forever
7 – Angel Tears
8 – Silent
9 – The Painless
10 – Desolate

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